Come ben sapete, Sfizi.Di.Posta racconta, con linguaggio divulgativo e in maniera sintetica, fatti, eventi e personaggi storici prendendo sempre spunto da un documento postale materialmente in possesso dello scrivente.
Oggi invece deroghiamo a questa regola, e il motivo è presto spiegato dalla ricorrenza di domani, 2 giugno 2026, 80 anni esatti dal Referendum del 1946 in cui gli Italiani scelsero la Repubblica come forma dello Stato, e 80 anni esatti dal primo voto delle donne.
E deroghiamo sull’aspetto postale in quanto il documento protagonista dello sfizio di oggi non è una lettera o una cartolina ma una foto d’agenzia dal formato 17 x 11.7 cm che raffigura la regina Maria José il 2 giugno 1946 all’interno del seggio elettorale. Lo scatto è noto, non è assolutamente inedito, ma la foto originale dell’epoca rinvenuta di recente in un mercatino dell’usato è senz’altro poco comune.
Ma qual era lo stato d’animo di Maria José in quel momento?
E quegli sguardi, delle persone presenti nel seggio, erano di rimprovero, di compassione o d’altro?
Per provare ad immaginare la situazione e dare una risposta a queste domande, ripercorriamo insieme quei giorni memorabili.
Giuseppe Romita, ministro dell’Interno, così descrive quei frangenti: «II paese intiero si destò la mattina del 2 giugno con la sensazione di dover vivere una grande giornata. L’affluenza alle urne fu, sin dalle prime ore, serratissima. Sembrava che la gente temesse di non arrivare in tempo, di giungere troppo tardi per dire sì o no alla Monarchia, sì o no alla Repubblica, e per eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea Costituente. Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Venezia a Firenze, a Roma, a Napoli, a Cagliari, ovunque la stessa impazienza; ovunque lo stesso entusiasmo; ma ovunque anche la stessa calma.»
(da: Dalla Monarchia alla Repubblica. Taccuino politico del ‘45, Mursia, 1966, pag.189)
La consultazione, in cui si elessero altresì i componenti dell’Assemblea Costituente ovvero l’organo che avrebbe scritto la nuova Costituzione italiana, era aperta per la prima volta anche le donne.
La loro partecipazione fu attiva, cioè venne consentito loro (tutte le donne sopra i 21 anni, escluso le prostitute) di votare grazie al Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945; e fu passiva, ovvero venne consentito loro (tutte le donne sopra i 25 anni) di essere votate, in virtù di quanto disposto dal Decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946.
Meglio tardi che mai, si direbbe. Eppure, in Nuova Zelanda le donne avevano diritto di voto già dal 1893, in Australia dal 1902, in Finlandia (primo Paese in Europa) dal 1906. Ma fu con la fine della Prima guerra mondiale che tutti i Paesi europei si allinearono e consentirono alle donne di partecipare al voto, tutti tranne l’Italia (nel 1946, appunto), la Svizzera (nel 1971), e il Liechtenstein (nel 1984).
Ad oggi esiste ancora un Paese europeo dove le donne non hanno diritto di voto, la Città del Vaticano. Ma questa è davvero un’altra storia. Ritorniamo a noi.
Le donne italiane parteciparono in massa alle votazioni e 2 giugno 1946: l’89% delle aventi diritto si recò infatti alle urne per esercitare questo diritto fondamentale. Le donne candidate all’Assemblea costituente erano oltre 200. In totale furono 556 eletti, tra questi vi erano 21 donne.
Intorno alle otto e mezza di sera del 2 giugno, una donna alta ed elegante arriva al seggio elettorale di una scuola elementare di Roma, a Largo Brazzà.
È scortata da Manlio Lupinacci (nella foto dovrebbe essere l’uomo appena dietro la Regina) e, senza pretese, si mette pazientemente in coda insieme a tutti gli altri cittadini.
I presenti, però, ci mettono un attimo a capire di chi si tratta: è proprio la moglie del Re Umberto II. Per rispetto, la folla si sposta e insiste per farla passare avanti. Lei inizialmente protesta, vuole aspettare il suo turno come chiunque altro, ma alla fine cede alle gentili insistenze della gente, che la accoglie con un caloroso applauso.
Una volta entrata nella stanza del voto, la Regina si accorge con imbarazzo di un dettaglio fondamentale: ha dimenticato i documenti d’identità a casa.
Rispettosa delle regole, Maria José si dice pronta a tornare indietro a prenderli. Il presidente di seggio (che per coincidenza è una donna) e gli scrutatori sorridono: la Regina d’Italia è decisamente un volto noto, non è necessario identificarlo.
Superando le sue timide resistenze, la ammettono subito al voto senza burocrazia.
Al momento di ricevere le schede, la sovrana compie un ultimo gesto di grande correttezza istituzionale: rifiuta la scheda del referendum tra Monarchia e Repubblica, ritenendosi giustamente di parte, e decide di votare soltanto per l’Assemblea Costituente.
La foto si riferisce proprio a questo episodio.
Intervistata da Silvio Bertoldi il 24 aprile 1992 per il Corriere della Sera ebbe a dichiarare: «Non ho votato per il referendum, non era elegante».
Come riferisce sempre Romita nel suo memoriale (op.cit., pag.200), «notizie, in effetti, ne avevo e molte. Fra le altre, una curiosissima e -per il momento- strettamente riservata: “Caro ministro -mi scriveva una persona di fiducia- mi risulta in modo certo che ieri sera la Regina ha personalmente detto a Lupinacci di avere votato la lista del PSIUP, dando la preferenza a Saragat”…».
Dopo il Ventennio fascista, la nefasta alleanza con Hitler, la Seconda guerra mondiale e la cruenta guerra civile, con il Re Vittorio Emanuele III da tutti ritenuto privo di spina dorsale e quindi come l’inevitabile complice del Duce, l’idea generale era che la monarchia prendesse una batosta tremenda. Maria José temeva addirittura che la monarchia non avrebbe varcato la soglia del 15%.
Nei volantini di propaganda per la Repubblica era difatti scritto: «Italiani! Votate per la Repubblica Democratica dei Lavoratori. Votando per la Repubblica condannerete la Monarchia fascista, responsabile della guerra».
Quando la sera del 4 giugno iniziarono ad arrivare i primi dati tutti furono pertanto sorpresi: la monarchia si attestava al 57%.
Questo perché più tempestivamente giunsero i dati dalle regioni meridionali, profondamente monarchiche, dove la guerra era finita da tempo ed era stato possibile ripristinare telegrafi e linee telefoniche.
La stessa Maria José, che quella sera si trovava a casa Orsi insieme al governatore della Banca d’Italia, al ministro Corbino e al Presidente della Croce Rossa, si lasciò andare in un brindisi alla vittoria monarchica.
Vale la pena riportare ancora una volta le parole di Romita (op.cit., pag.205) che fanno comprendere appieno lo stato d’animo di quei concitati e sconfortanti momenti: «Fu la notte più terribile: intorno alle ventiquattro sembrava che ogni speranza fosse perduta. Mi chiusi nello studio per scorrere e riscorrere quei dati. No, non era possibile! Tornai a leggerli, prendendo appunti, facendo calcoli. No, non era possibile! Eppure le cifre erano lì, col loro linguaggio inequivocabile! Per riordinare le idee, mi alzai in piedi e mi diedi a passeggiare su e giù per la stanza una, due, tre volte; quindi, d’improvviso, spiccai una corsa e tornai allo scrittoio. Niente da fare. Non era possibile, eppure era vero, verissimo, paurosamente vero: la Monarchia si presentava in netto vantaggio. Mi accasciai nella poltrona, gli occhi fissi verso l’alto soffitto in ombra. “La Monarchia sta vincendo -mormorai- sta vincendo”…»
Quando poi iniziarono ad arrivare e a consolidarsi i dati provenienti dal centro nord, la situazione si sovvertì. Anche se lo spoglio delle schede procedette con una lentezza esasperante, fu lo stesso Romita a comunicare nel tardo pomeriggio del 5 giugno la vittoria della Repubblica: «Fu quello il momento più bello della mia vita».
Un milione e mezzo di schede furono oggetto di contestazione, ma le verifiche furono rapide e superficiali. Rispetto ai voti comunicati quel pomeriggio da Romita le percentuali cambiarono pochissimo. E alla fine questo fu il responso:
Votanti: 24.946.878 (89,08%)
Repubblica: 12.718.641 (54,27%)
Monarchia: 10.718.502 (45,73%)
Schede valide: 23.437.143
Schede bianche: 1.146.729
Schede non valide (bianche incluse): 1.509.735
In mezzo a quelle schede non valide, bianche incluse, c’era anche la scheda di Maria José.
Quelle ore di thriller tra il 4 e il 5 giugno avevano tuttavia dimostrato, caso mai ce ne fosse bisogno, che esistevano due Italie. Gli anni di guerra vissuti dopo l’8 settembre 1943, divisi tra il Regno del Sud e la Repubblica di Salò al nord, avevano allontanato i due volti del Paese, e le urne lo confermarono.
In tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, aveva prevalso la Repubblica; in tutte quelle a sud di Roma, tranne Latina e Trapani, aveva prevalso la Monarchia, con punte del 77% a Napoli e Messina e la punta massima dell’85% a Lecce.
Il 13 giugno i reali lasciarono l’Italia e la loro unione, già in profonda crisi da tempo, si ruppe definitivamente.
Ma questa è un’altra storia.
Riproduzione riservata.






