
Nelle cartoline di una volta spesso il mittente riempiva tutto lo spazio del messaggio con due argomenti principali: la salute e i saluti. Ci si soffermava sulla salute di tutta la famiglia, come sta papà, come sta nonno, come sta zia, per poi affermare di stare bene a propria volta; quindi si passava ai saluti, sempre a tutta la famiglia, baci a papà, a nonno, a zia, e a tutti i parenti fino all’ottava generazione.
Messaggi, questi, onorabili ugualmente, ma che ai nostri fini non hanno ovviamente alcun interesse.
Poi, però, basta una piccola frase inserita lì in mezzo che fa cambiare tutto.
È il caso della cartolina oggetto dello sfizio odierno, una normale cartolina postale da 30 centesimi, di quelle di propaganda del regime con la scritta “VINCEREMO”, su cui venne applicato il francobollo aggiuntivo di 1.25 Lire a copertura del richiesto servizio Espresso, per una più rapida consegna della missiva (di solito, entro 24 ore).
La cartolina venne spedita il 21 agosto 1943 da Marzocca, ridente località balneare, frazione del comune di Senigallia, in provincia di Ancona, diretta a Roma.
Chi scrive è una figlia alla mamma.
Trascrivo subito il testo.
«Carissima mamma.
Il giorno 11 le ho scritto una lettera auguri, spero che le sia giunta in tempo perché mi dispiacerebbe che in quel giorno non avesse visto che il mio pensiero era vicino a lei. Zia mi ha detto che state bene e Valter mi avvisò già che aveva avuto vostre notizie dopo l’incursione di Venerdì scorso. Io sto abbastanza bene, Valter sta bene anche lui ma è molto occupato con le nuove reclute. Ennio che cosa fa? Dalla Previdenza ancora non ho avuto la chiamata. Aspetto sempre per poi rispondere che ancora sto male.
Tanti saluti a tutte le zie, baci cari a lei, papà ed Ennio. Tullia»
Al verso della cartolina, con diversa calligrafia, un’aggiunta: «Saluti cari a lei e famiglia. Annita».
E infine l’indirizzo del mittente, Tullia, presso una famiglia di Marzocca.
Tralasciando tutti i convenevoli e la questione della Previdenza, quel che subito balza agli occhi è l’uso reiterato e non casuale del “lei” al posto del “tu“.
Segno di cortesia, deferenza e rispetto verso il genitore, soprattutto nel Sud Italia il “lei” era spesso sostituito dal “voi” o dall’ancora più formale “vossia“, contrazione di “vossignoria” o “vostra signoria“.
Il “vossia“, poi, era spesso unito al termine “sabbinirica“, a formare la frase “Sabbinirica a Vossia” che tradotta equivale a “che Dio Vi benedica“.
Oggi appaiono tutte forme obsolete, ma sia le cronache scritte che la storia orale raccontano che queste modalità di relazionarsi fossero di uso corrente almeno sino al secondo dopoguerra, per poi pian piano decrescere e quasi sparire del tutto.
Oggi nessun figlio o nipote si rivolgerebbe mai con il “lei” a genitori, nonni e zii, ma il “voi” resiste ancora nel Sud Italia dove invece non è infrequente.
La seconda cosa sulla quale vale la pena soffermarsi è il riferimento di Tullia all’«incursione di Venerdì scorso».
Ricordiamo che Tullia scrive il 21 agosto 1943, e tramite un calendario perpetuo ricaviamo l’informazione che era un sabato. «Venerdì scorso», quindi, potrebbe essere il 20 agosto, il giorno prima, ma appare improbabile dal momento che Tullia riferisce dell’incursione e dell’avviso di Valter in merito alle notizie ricevute da Roma.
Più probabilmente Tullia si riferisce al venerdì precedente, ovvero al 13 agosto 1943.
Ed è infatti così perché quel giorno Roma visse uno dei giorni più terribili della guerra.
Il 19 luglio 1943, circa trecento bombardieri pesanti quadrimotori Boeing B-17 Flying Fortress e Consolidated B-24 Liberator (la mattina) e altrettanti bombardieri medi B-26 e B-25 (il pomeriggio) scaricarono sulla Capitale circa 4.000 bombe che provocarono la morte di 3.000 persone e il ferimento di altre 11.000.
L’Operazione Crosspoint, come era chiamata in codice dagli Alleati, colpì duramente i quartieri Tiburtino, Prenestino, Casilino, Labicano, Tuscolano, Nomentano, ma i danni maggiori avvennero a San Lorenzo, alla fine quasi completamente distrutto.
Segnali, questi, di un’imminente disfatta.
La notizia del bombardamento irruppe, infatti, durante il famoso incontro a Feltre tra Hitler e Mussolini, e per quest’ultimo fu l’inizio della fine dal momento che, in conseguenza di esso, il Gran Consiglio, approvando la mozione Grandi, il 25 luglio sfiducerà Mussolini che verrà posto agli arresti.
Un paio di settimane dopo, il 13 agosto, i cieli di Roma si tingono nuovamente di rosso.
Tra le 11:00 e le 12:33, Roma subisce un secondo e devastante bombardamento alleato. Ben 409 tra caccia e bombardieri americani della XII Air Force decollati da Tunisia e Algeria colpiscono la città in tre ondate. L’obiettivo è distruggere gli aeroporti di Ciampino e del Littorio e gli snodi ferroviari di San Lorenzo, Tuscolana, Prenestina e Casilina.
Le 500 tonnellate di bombe sganciate radono al suolo trenta palazzi, provocano centinaia di morti, e devastano i quartieri Tuscolano, Casilino, Prenestino, Portonaccio, Appio, Pigneto e Tor Pignattara.
Un treno, sulla Roma-Napoli, con oltre mille rimpatriati dall’Africa resta bloccato sui binari e i passeggeri vengono mitragliati dai caccia mentre cercano riparo.
Oggi, in largo Andrea Santoro, all’interno di piazza di Villa Fiorelli, con il codice identificativo monumenti n.11072, è presente una targa in memoria delle vittime del bombardamento di Roma del 13 agosto 1943.
Il giorno dopo, il governo Badoglio dichiara Roma “città aperta” per proteggerla, ma i tedeschi rifiutano l’accordo.
Prima di essere liberata il 4 giugno 1944, la città eterna subirà un totale di 51 bombardamenti che provocheranno complessivamente circa 7.000 vittime, ma quelli del 19 luglio e del 13 agosto rimarranno i più devastanti.
La mamma di Tullia abitava in via Alessandria, per cui nel quartiere Salario al confine con i quartieri Tiburtino e Nomentano, quindi non direttamente colpita da questo secondo bombardamento del 13 agosto quanto invece dal primo del 19 luglio.
Le notizie giunte a Valter erano quindi verosimilmente corrette, la mamma di Tullia stava bene.
I mesi a seguire saranno tuttavia durissimi per la Capitale e per la popolazione. E anche per la mamma di Tullia, evidentemente.
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