
Ci sono storie che vanno raccontate.
E ci sono storie che si intrecciano ad altre storie e che, per tale motivo, a maggior ragione vanno raccontate.
È il caso dello sfizio di oggi che trae origine da un documento postale che avevo messo da parte per documentare il terremoto del 25 gennaio 1946 nel Canton Vallese della Svizzera, tra le regioni di Sion, Sierre e Crans-Montana, ma che cela dentro di sé una storia ancora più importante e interessante.
Il terremoto, avvenuto alle ore 18:32 locali, è stato il sisma più forte registrato in Svizzera nel XX secolo: magnitudo stimata sulla scala Richter di 5.8 (per alcuni), 6.1 (per altri). Si contarono fortunatamente solo quattro vittime, ma circa 3.500 furono gli edifici danneggiati: sulla scala Mercalli venne assegnato un grado di intensità pari a VIII. A Sion e Sierre si registrò un blackout elettrico totale per circa dieci minuti e sovraccarico delle linee telefoniche; il caos durò diverse ore.
Avvertito anche nel nord Italia, nei mesi successivi si registrarono oltre 500 scosse di assestamento.
E proprio di questo terremoto si parla nella cartolina spedita da Firenze il 27 gennaio 1946, due giorni dopo il sisma, e diretta a Ginevra, in Svizzera.
«Carissimo Collega ed Amico,
La ringrazio pel suo biglietto da Vevey, e voglio sperare che Lei sia completamente ristabilito e che il terremoto, di cui leggiamo con dolore le notizie nei nostri giornali, non abbia fatto nessun danno né alla Sua bella casa né a quella degli altri amici.
Anche a nome di mia moglie Le rinnovo i migliori auguri e saluti.
Suo aff.mo obbl.mo Alessandro Levi.»
Il mittente, con un timbrino privato, fornisce anche le sue complete generalità, indirizzo compreso.
Trattasi di Alessandro Levi, notissimo giurista, filosofo e antifascista.
Alessandro Levi nacque a Venezia il 19 novembre 1881 in una famiglia ebrea, Giacomo Levi, direttore delle Assicurazioni Generali, e Irene Levi Civita (sorella di Giacomo Levi Civita).
Frequentò l’Università di Padova, dove si formò sotto la guida del filosofo Roberto Ardigò e si laureò in Giurisprudenza nel 1902.
Proprio durante il periodo universitario si avvicinò al mondo del giornalismo socialista, firmando i suoi articoli con lo pseudonimo di “Alfa Lamda”.
La sua carriera accademica iniziò precocemente: già nel 1907 assunse la cattedra di Filosofia del Diritto all’Università di Ferrara, anche se le rigide normative dell’epoca gli permisero di ottenere il ruolo di professore ordinario solo nel 1920. Negli anni successivi insegnò negli atenei di Cagliari, Catania e Parma.
Collaboratore della rivista Critica Sociale, Levi manifestò da subito una netta opposizione al regime fascista.
Tra il 1923 e il 1926 si impegnò attivamente nella redazione di opuscoli e nel finanziamento di stampe clandestine, legando poi il suo nome a movimenti antifascisti di primo piano come Non Mollare e Giustizia e Libertà.
Del resto, era cognato del leader socialista Claudio Treves e aveva sposato Sarina Nathan, nipote di Ernesto Nathan (sindaco di Roma). Per i Rosselli e i Treves fu una sorta di modello da seguire, lo “zio Sandro”.
Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce. Venne arrestato nel 1928 a Firenze per aver commemorato Giacomo Matteotti.
Nel 1931 prestò il giuramento di fedeltà al fascismo; come il cugino Tullio Levi Civita, decise di giurare ma “con riserva“, ossia scrivendo al rettore che “in alcun modo avrebbe modificato l’indirizzo del proprio insegnamento“.
A nulla valse quel giuramento qualche anno più tardi. A seguito della promulgazione delle leggi razziali nel 1938, Alessandro Levi in quanto ebreo fu allontanato dalla cattedra di Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Catania.
Avendo mantenuto vivi i legami con la resistenza militante, nel giugno 1940 la Prefettura di Firenze decise per il suo internamento, destinazione Pescara. Nella motivazione: «Ebreo socialista, cognato dell’ex deputato Claudio Treves, iscritto nell’elenco degli oppositori». Nel dicembre di quello stesso anno venne tuttavia prosciolto.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, per evitare l’inevitabile cattura (che avrebbe sicuramente significato campo di concentramento, se non di sterminio), fuggì in Svizzera; qui, insieme a Luigi Einaudi, si dedicò all’insegnamento universitario per i profughi italiani.
Con la fine della guerra e la nascita della Repubblica, nel 1948 riprese la docenza a Firenze e venne nominato membro dell’Accademia dei Lincei.
Si spense il 6 settembre 1953 a Berna, colto da un malore mentre rientrava dal Congresso internazionale di filosofia di Bruxelles.
Non un personaggio qualsiasi, dunque. Tutt’altro.
Il destinatario, con cui il mittente intratteneva rapporti epistolari ma non solo (il riferimento alla “bella casa” fa intendere che l’avesse visitata, almeno una volta), è Maurice Battelli.
Maurice Battelli, nato a Ginevra il 2 marzo 1903 da Federico Battelli, esule repubblicano italiano, e Thérèse Prevost.
Completò gli studi e la formazione universitaria tra Ginevra e Roma, conseguendo il dottorato nel 1932 e insegnando nella facoltà di Giurisprudenza di Ginevra dal 1933 sino al 1948.
Morì il 22 dicembre 1978.
Di più non sono riuscito a trovare su Battelli, ma evidentemente anche lui non era un personaggio ignoto.
Un’ultima nota la merita l’affrancatura della cartolina, corretta per 3 Lire (come da tariffa in quel momento vigente).
Va notato che vennero utilizzati due francobolli, uno da 1 Lira emesso il 1° ottobre 1945 (appartenente alla serie “Democratica”, la prima serie del secondo dopoguerra), e un secondo da 2 Lire.
Quest’ultimo era un francobollo emesso il 5 giugno 1944 durante la RSI. Terminata la guerra, essendovi carenza di francobolli, come primo atto nel maggio 1945 le Poste pensarono di sovrastampare i francobolli di RSI eliminando tutti i riferimenti al regime fascista.
Va infine notato che i due francobolli non sono annullati da un bollo postale di Firenze, come sarebbe da aspettarsi, ma da un bollo “VERIFICATO PER CENSURA”.
Come è possibile? A guerra già finita c’era ancora la censura postale?
La censura postale alleata ed italiana per la corrispondenza ordinaria interna a Firenze e nel Centro-Sud era in effetti cessata progressivamente con il passaggio dei poteri formali dagli Alleati al governo italiano, e si era conclusa definitivamente entro la fine del 1945.
Nel corso del 1946, la censura è rimasta attiva solo per casi specifici e circoscritti, tra cui alcune tipologie di corrispondenza diretta o proveniente dall’estero, soggetta a controlli a campione, e per la corrispondenza diretta o proveniente dalle zone di confine sotto amministrazione militare speciale, come l’area di Trieste e della Venezia Giulia.
La cartolina in esame è una di quelle scelte a campione e verificate dalla censura, forse scelta anche per via del cognome del mittente.
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