
La storia della farmacologia ha origine nella notte dei tempi, quando l’uomo primitivo cercava di curarsi usando erbe, acque sorgive e cibo.
Quella che era nata come un’arte a metà tra botanica, filosofia e alchimia, oggi è diventata una scienza autonoma, rigorosa e divisa in tante specializzazioni.
La vera svolta avviene infatti a metà del XIX secolo, quando gli scienziati iniziano a capire la relazione tra la dose di un farmaco e il suo effetto.
Si scopre anche che il legame è reciproco: il farmaco modifica l’organismo, ma l’organismo influenza a sua volta il farmaco.
In questo periodo la farmacologia rivoluziona la chirurgia grazie all’introduzione dell’anestesia per eliminare il dolore o dell’antisepsi per bloccare le infezioni.
La scoperta più dirompente dell’Ottocento è tuttavia la sintesi chimica: i medicinali non vengono più solo estratti da piante e animali, ma creati artificialmente in laboratorio.
Questo dà il via all’industrializzazione del settore: il farmaco diventa così un prodotto accessibile a molti, ma si trasforma anche in una merce commerciale legata alle regole del profitto e del mercato.
Multinazionali come Bayer (1863), BASF (1865), Schering (1871), CIBA (1884), Sandoz (1886), Hoffman La Roche (1894) nascono proprio in quegli anni.
A cavallo tra Ottocento e Novecento il progresso scientifico subisce un’accelerazione mai vista prima. Il vero spartiacque storico è la Prima guerra mondiale con una motivazione che verrà poi confermata e ingigantita dal secondo conflitto mondiale: la necessità a produrre farmaci su larghissima scala.
Questo diffonde rapidamente l’uso dei medicinali da banco tra i soldati e i cittadini comuni, proiettando la medicina verso il mondo moderno.
Per vendere i nuovi prodotti su larga scala, le industrie farmaceutiche dell’epoca dovettero agire come moderni esperti di marketing. Affinarono così sofisticate tecniche di persuasione basate soprattutto sull’impatto visivo, sugli slogan e sui messaggi subliminali.
Le pubblicità di cui i giornali dell’epoca sono pieni zeppi puntavano su elementi semplici ma di grande effetto psicologico: parole chiave capaci di colpire l’immaginazione, immagini suggestive che rassicuravano il pubblico, grafiche accattivanti studiate per predisporre all’acquisto.
Di quel periodo sono farmaci utili a curare tosse, raucedine, bronchiti, stitichezza, enterite e malattie nervose, ma anche come ricostituenti e addirittura callifughi.
Giusto per fare qualche nome (alcuni sono tuttora sul mercato): tra i ricostituenti ricordiamo Ischirogeno O. Battista, Ischirol Ungania, Ferro-China Bisleri, Metarsile Menarini, Alchebiogeno del Dr. Cravero, olio di fegato di merluzzo; tra i farmaci per le vie respiratorie vi erano le Pastiglie Valda, il Chlorphènol, l’Ovoid Bertelli, lo sciroppo Famel, la sirolina; per poi arrivare alle pillole di S. Fosca e ai sali di St. Vincent per la stitichezza, all’Urodonal per i reumatismi, al carbone di Belloc per le enteriti.
Ed è a questo punto del racconto che entra il nostro documento postale di oggi, una cartolina postale spedita il 21 gennaio 1943 da Padova a Torino.
Chi scrive è la Farmacia Centrale di Padova, del dott. Sergio Bonazzi, storica farmacia al centro di Padova tutt’oggi esistente e gestita dai discendenti. Il destinatario è la Ditta Rocchietta di Torino.
Già questo a qualcuno dovrebbe far drizzare le antenne, ma andiamo con ordine e vediamo cosa c’è scritto nel testo.
«Padova 21/I/43
Spett. Ditta Rocchietta.
Faccio seguito a una mia precedente richiesta, pregandovi di scusare l’insistenza, per chiedervi di volermi inviare con cortese sollecitudine, a mezzo più conveniente e dietro pronto pagamento:
N° 25 flac. Proton.
In attesa di vs. cortese riscontro vi saluto distintamente.
dott. Sergio Bonazzi»
Un normale ordine di prodotti farmaceutici, quindi.
Ma, esattamente, cos’era il “Proton”?
Quel nome mi ha fatto automaticamente pensare al raggio protonico di Jeeg Robot d’acciaio, ma ovviamente non c’entra nulla.
Si trattava di un ricostituente.
Nato tra il 1910 e il 1911, il Proton era una miscela di ferro, potassio, iodio e fosforo aromatizzato con olio essenziale di mandarino e conservato con comune zucchero bianco. Il risultato era uno sciroppo dal gusto dolce e gradevole, perfetto per i bambini dell’epoca che, a causa di una dieta povera di carne, soffrivano spesso di anemia.
Tra l’altro, intorno al 1915, una bottiglietta di Proton costava 3 Lire, esattamente quanto un kg di carne bovina.
Anche il nome non era causale: “Proton” richiamava il protoplasma delle cellule, suggerendo un’azione rinvigorente e scientifica.
Il Proton venne ideato dal dottor Camillo Rocchietta, nato a Sampeyre nel 1884 in una famiglia di farmacisti, laureatosi a Torino prima di rilevare la storica farmacia Allemandi a Pinerolo.
Il successo del suo prodotto non è legato solo al prodotto in sé, ma anche alla massiccia e moderna promozione pubblicitaria che lo accompagnò in tutti i giornali dell’epoca.
Rocchietta incaricò famosi pittori e cartellonisti italiani come Marcello Dudovich, Luigi Bompard e Riccardo Salvadori che crearono veri capolavori, compresi diversi calendarietti molto ricercati con dipinti di Grosso, Amisani, Alciati, Farello.
Rocchietta ebbe altri moltissimi meriti: fu tra i primi in Italia a introdurre la gratifica natalizia per i dipendenti, pagò di tasca propria le scuole serali alle sue operaie (la forza lavoro era in gran parte femminile), organizzò ogni anno grandi feste aziendali con gite e orchestre jazz, creando lo spirito di una grande famiglia.
La crescita del Proton trasformò Pinerolo: la città ospitò la sua prima vera industria farmaceutica, che arrivò a impiegare un centinaio di persone. I camion carichi di casse si muovevano al motto pubblicitario: «Si prende a cucchiaini, si spedisce a vagonate».
Nel 1932 la produzione si spostò a Torino, ma subì un duro colpo il 20 novembre 1942 quando un bombardamento aereo distrusse completamente lo stabilimento.
La produzione ripartì solo nel 1947, tornando nella sede originaria di Pinerolo che nel frattempo, durante la guerra, era stata requisita prima dai comandi tedeschi e poi dai partigiani.
La produzione fu quindi definitivamente interrotta nel 1965, alla morte del suo ideatore.
La richiesta datata gennaio 1943 della farmacia padovana, quindi, sicuramente non poté essere esaudita, e probabilmente era anche questo il motivo per cui la farmacia dovette scrivere più volte: evidentemente non sapeva che lo stabilimento era stato bombardato due mesi prima.
Un appunto è tuttavia presente al verso della cartolina, non meglio comprensibile… “Circolare”, o qualcosa del genere… e poi quella che sembra essere una data, 18 febbraio.
Per cui, forse, un seguito ci fu, con tutto il magazzino bombardato…
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