
Dopodomani saranno cinquant’anni esatti da quel fatidico 6 maggio 1976 quando l’Orcolat devastò il Friuli.
L’Orcolat è l’Orcaccio in lingua friulana, un sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter con epicentro tra Gemona e Artegna che, quel giorno, alle 21:00 e dodici secondi causò la morte di 990 persone e lo sfollamento di altre centomila.
45 comuni rasi al suolo, 40 gravemente danneggiati, 52 danneggiati.
Un disastro.
Sfizi.Di.Posta non è la prima volta che si occupa di narrare quei fatti, e ha già mostrato anche diverse corrispondenze (inviate in quei giorni dagli uffici postali mobili messi a disposizione dalle Poste) non affrancate (grazie all’esenzione concessa dalle Poste dal 7 al 31 maggio).
Oggi vogliamo ricordare quei terribili momenti con una cartolina inviata tre mesi dopo il sisma, il 10 agosto, un mese prima delle altre quattro scosse superiori a magnitudo 5 che si registrarono tra l’11 e il 15 settembre.
Chi scrive è un gruppo di persone che si trova in visita nelle zone colpite dal sisma. Non c’è niente di male a mostrare i nomi dei mittenti e del destinatario, ma vista la vicinanza temporale a questa corrispondenza preferisco oscurarli. Anche perché, ai fini della nostra narrazione, non hanno davvero alcuna rilevanza.
La cartolina, che reca il bollo postale in partenza di Tricesimo, è dal mittente intestata «dal Friuli, 10 – 8», come a voler dire che non ha alcuna importanza la località, l’ubicazione precisa.
Con quel «dal Friuli» non si vuole indicare un luogo specifico, ma un’intera regione, un intero popolo, un’intera famiglia.
Un’identità.
E quindi il testo: «Carissime, in visita a questa terra così duramente colpita, con commozione e tristezza ma con ammirazione per tanto coraggio, vi mandiamo un saluto».
I segni dell’Orcolat ad agosto, a tre mesi dal sisma, sono ancora evidenti, ma allo stesso modo evidente è il coraggio del popolo friulano che ha saputo rimboccarsi le maniche già dall’indomani del sisma.
Gianni Rodari, dalle colonne di Paese Sera, l’8 maggio descrive così la resilienza dei friulani: «Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano».
Tra l’altro, il mittente utilizza una cartolina evidentemente stampata prima del sisma con, intatto, il Castello di Colloredo di Monte Albano (in provincia di Udine, anche se oggi in Friuli Venezia Giulia non si chiamano più province ma Enti di Decentramento Regionale), quasi a voler esorcizzare quanto accaduto, quasi a non volerne tenere conto (il terremoto causò ingenti danni alle strutture dell’edificio).
La ricostruzione fu immediata. Il cosiddetto “Modello Friuli” ha un nome e un cognome: Giuseppe Zamberletti, Commissario straordinario per l’emergenza, che seppe coordinare e gestire i finanziamenti con un’efficienza assoluta.
Seguendo il criterio «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese» (frase pronunciata da mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, il 12 maggio 1976) in dieci anni circa il Friuli è stato ricostruito, pietra su pietra, trasformando un disastro in opportunità per rinascere più forti di prima.
E ci si chiede, naturalmente, come quattro anni dopo, in un’altra zona ma con un evento altrettanto disastroso, non sia stato possibile fare la stessa cosa, al netto del fatto che in Irpinia il terremoto colpì un’area sicuramente più vasta e sicuramente a maggior densità di popolazione.
Evidentemente perché si trattava di un’altra zona, o perché si trattava di un altro popolo, o perché… sono entrati in gioco altri interessi?
Riproduzione riservata.






