
Il Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185, all’art. 1 recita: «A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale».
Nel 1947 e 1948 vennero emanati ulteriori decreti per confermare la giornata festiva, e infine con la Legge 27 maggio 1949, n. 260, l’Anniversario della Liberazione venne istituito in maniera permanente come giorno festivo dello Stato.
Ci si può sforzare, quindi, quanto si voglia, si può sgomitare quanto si voglia, ma questo è un fatto, e non può essere divisivo, non possono esserci interpretazioni, non possono esistere alternative.
Perché l’anniversario della Liberazione ricade proprio il 25 aprile non è legato al caso.
Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), guidato da figure come Pertini, Longo e Valiani, diede il via all’insurrezione generale nel Nord Italia.
L’ordine per i partigiani era chiaro: attaccare i nazifascisti e imporre la resa prima dell’intervento degli Alleati. In quel clima, il CLNAI assunse i pieni poteri, stabilì la condanna a morte per i vertici del fascismo a partire dal Duce, e lanciò il celebre ultimatum ai nemici: “Arrendersi o perire!“.
E anche questi sono fatti. Che piaccia o meno.
Se, tuttavia, con quell’azione tutta l’Italia venne nei giorni a seguire liberata, è pur vero che quello fu l’atto finale di un processo iniziato già dallo sbarco in Sicilia del 1943, con le città italiane che vennero progressivamente liberate man mano che gli Alleati avanzavano verso Nord. Roma, ad esempio, venne liberata tra il 4 e il 5 giugno 1944.
Per celebrare quindi la Liberazione, ma a ricordarci che in quel momento c’era ancora chi la libertà non l’aveva riconquistata, a dispetto del motto mussoliniano VINCEREMO stampigliato sulla cartolina postale, ci viene in aiuto (come sempre) un documento appunto postale.
È il 19 febbraio 1945 quando da una Roma già liberata venne spedita questa cartolina per la città. Il mittente è il guardiamarina Luciano, destinatario è il capitano di vascello Giorgio Conti.
Di quest’ultimo è possibile recuperare qualche notizia in rete.
In particolare, dal 10 dicembre 1940 fino al 2 agosto 1941 Giorgio Conti fu capitano di vascello del Muzio Attendolo, incrociatore leggero della classe Montecuccoli, facente parte di quel naviglio che, a più riprese, nella prima metà del 1941, effettuò diverse missioni per posare mine ad antenna, boe strappanti e boe esplosive nel Canale di Sicilia.
Chi scrive è il guardiamarina Luciano Bausi. Di lui non si hanno molte notizie, se non di ritrovarlo (al netto di eventuali omonimie) sul giornale “La Gazzetta Italiana” (un giornale che veniva stampato a Seattle, negli USA, a favore degli italiani che lì vivevano) del 30 ottobre 1953, a pag.2, non più guardiamarina ma tenente di vascello, al comando del dragamine Cedro donato dagli USA all’Italia.
Immaginate un po’ l’ironia della sorte, quella di sminare le acque che lui stesso aveva contribuito a minare dodici anni prima.
Ma al di là di questo, quel che più ci interessa è (come sempre) il contenuto della missiva.
«Egregio Comandante, essendo di passaggio da Roma mi permetto di scriverle per darle notizie di suo fratello Cap. Nicolò Conti il quale era al mio stesso campo di concentramento in India. Suo fratello sta bene, passa le giornate studiando molto. Volevo venirla a trovare personalmente ma ho dovuto affrettare la partenza perché mia madre sta poco bene. Io sono partito dall’India il 27 sett. 1944 ed adesso vado in licenza a Siena. Se lei ha bisogno di ulteriori informazioni il mio indirizzo è Siena, Piazza C. Ciano 1. Con ossequio, Guardiamarina Luciano Bausi».
Roma era libera, l’Italia stava per essere liberata, eppure c’era ancora qualcuno (e mica solo il capitano Nicolò!) che si trovava prigioniero dall’altro capo del mondo.
Tra il 1941 e il 1946 circa 70.000 prigionieri di guerra italiani furono internati in India. I campi erano raggruppati in diverse località: Bangalore (campi 1-8), Bhopal (9-16), Ramgarth (17-20), Clement Town (21-24) e Yol (25-28).
Le condizioni di vita erano difficili, 593 di loro non tornò a casa. La posta veniva fortemente controllata e sovente censurata, ragion per cui è del tutto normale che il comandante Conti non avesse notizie del fratello.
Coloro che non ebbero quindi la fortuna di rimpatriare prima (come il mittente della nostra cartolina), dovettero attendere dicembre del 1945, ma i più sfortunati di tutti dovettero aspettare addirittura la tarda estate del 1946 per poter rientrare a casa.
La motivazione ufficiale degli inglesi fu sempre la carenza di naviglio, ma i prigionieri impazienti di rientrare si erano convinti che il Governo italiano li avesse dimenticati o, peggio, venduti agli inglesi.
Una Liberazione ritardata, ma pur sempre una Liberazione…
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