IL QUARTETTO ITALIANO AL TEATRO RISTORI DI VERONA

IL QUARTETTO ITALIANO AL TEATRO RISTORI DI VERONA

30 marzo 1946. Ottant’anni fa, più qualche giorno.
In quel momento è in carica il primo governo De Gasperi, un governo di coalizione sostenuto dai principali partiti antifascisti (DC, PCI, PSIUP, PLI, PD’A, PDL).

Il 16 marzo 1946, il governo, dopo aver introdotto il suffragio universale e aver riconosciuto il diritto di voto per le donne, apportò integrazioni e modifiche alla legislazione esistente, riservando all’Assemblea Costituente il compito di redigere la nuova Costituzione.

Inoltre, si stabilì che la decisione riguardo alla forma giuridica dello Stato sarebbe stata presa attraverso un referendum popolare. Se la maggioranza degli elettori avesse scelto la Repubblica, l’Assemblea Costituente, come primo atto, avrebbe provveduto all’elezione del Capo Provvisorio dello Stato.

L’Italia, infatti, uscita a pezzi dalla Seconda guerra mondiale, è ancora un regno, con un luogotenente, Umberto di Savoia, che diventerà re giusto un mesetto a maggio (tanto da passare alla storia come “re di maggio”) prima che il popolo italiano scelga la Repubblica come forma dello Stato.

In quel contesto appare quindi fuori dal mondo la cartolina protagonista dello sfizio di oggi, una normale cartolina postale da 50 centesimi integrata con 2,50 Lire in francobolli per raggiungere la tariffa in quel momento vigente di 3 Lire.

La cartolina viene spedita da Verona, reca il bollo in partenza del 31 marzo, ed è diretta a Genova.
Leggiamo subito il testo.

«Verona 30-3-46
Miei carissimi.
È appena finito il concerto che è stato il solito formidabile successo. Pensate che la maschera del teatro (perché abbiamo suonato nel teatro Ristori) ci buttava baci dalla punta delle dita! Siamo perfino stufi di tanti successi! Domani mattina alle 5 e 45 partiamo per Padova. Stiamo accumulando una gran stanchezza che non riusciamo a toglierci mai. Mi sono comprata una bella fascetta elastica perché quell’altra è in condizioni disastrose. L’ho pagata 1.200 Lire ma è molto buona. Mi spiace tanto che non ho mai vostre notizie ma pazienza, purché le abbiate voi. Vi scrivo proprio a spizzichi perché abbiamo i minuti contati. Abbiamo un magnifico articolo di Roma per il nostro concerto a S. Cecilia. Anche Trieste ha fatto dei magnifici articoli. Sono arrivati anche quelli di Pavia. Ora vi bacio tanto perché sono stanca morta. Tanti abbracci affettuosi, Lisa.»

La cartolina è indirizzata ai coniugi Pegreffi, e difatti chi scrive è Elisa Pegreffi, anche se lei si firma più semplicemente Lisa.

Nata a Genova il 10 giugno 1922, figlia d’arte (suo padre Roberto fu spalla dei secondi violini al Teatro “Carlo Felice” di Genova), Elisa Pegreffi conseguì il diploma con Antonio Abussi presso il Liceo musicale “Paganini” di Genova nel 1939, proseguendo gli studi all’Accademia di “Santa Cecilia” a Roma e quindi all’Accademia Chigiana di Siena.

Nella città toscana, per iniziativa del violoncellista Arturo Bonucci, nel 1945 venne fondato il “Quartetto Italiano”, uno tra i più prestigiosi e noti quartetti d’archi del XX secolo. Fondatori e componenti erano Paolo Borciani (primo violino), Elisa Pegreffi (secondo violino), Lionello Forzanti (viola) e Franco Rossi (violoncello).
Il quartetto debuttò a Carpi il 12 novembre 1945, rimanendo in attività sino al 1980 ed esibendosi in concerti e tournée in tutto il mondo.
Elisa Pegreffi morì a Milano il 14 gennaio 2016.

Appare quindi più chiaro il testo della cartolina di Lisa, allora ventitreenne piena di vita e di entusiasmo, come si legge chiaramente tra le righe. Del resto, il Teatro Ristori a Verona (fondato nel 1844, con una capienza di 496 posti in due ordini di palchi) non era un teatro per tutti, era destinato soltanto alle produzioni di un certo livello. E quelle del “Quartetto Italiano” lo erano.

Direi tutto regolare, se non fosse, appunto, per il fatto che Verona (centro strategico della Repubblica Sociale Italiana, e quindi obiettivo primario degli Alleati) subì devastanti bombardamenti alleati tra il 1944 e il maggio 1945, con oltre 700 vittime e la distruzione del 45% della città (tra cui la stazione, il centro storico e i ponti sull’Adige, inclusi Ponte Pietra e Castelvecchio).

A marzo 1946 la guerra era quindi terminata, certo, ma la situazione in città non doveva essere appunto delle migliori. Eppure, c’era chi faceva il pienone in teatro con un concerto di musica classica.
Incredibile, ma vero.

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