
Ancora una volta, per l’ennesima volta, si usa la forza nelle relazioni internazionali.
E questo in barba all’art. 2 § 4 della Carta dell’ONU che sancisce il divieto generale di uso e minaccia della forza nelle relazioni internazionali, a tutela dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica degli Stati.
E invece, ancora increduli e senza volerlo, osserviamo missili volare nei cieli del Medioriente da parte di chi si ritiene sceriffo del mondo.
Non è questa la sede per parlare di politica, tanto meno internazionale.
Questa è invece la sede per ricordare, e con forza, con estrema forza, questa sì, che i conflitti non hanno mai, e sottolineo mai, portato il benessere di un popolo. Di pochi sì, ma di un intero popolo mai, nemmeno quando le guerre sono state vinte.
Che non sia così ditelo ad Antonio, se avete il coraggio.
Ci troviamo a Napoli, è il 9 febbraio 1913. Antonio oggi non ci sarà più, ma quel giorno di centotredici anni fa Antonio prese una cartolina postale, tracciò alcune righe, e con tratto incerto ma ordinato dentro le righe scrisse:
«caro papa ti bacia e ti aspetta il tuo antonio».
Questa è la guerra.
Un bambino, che non ha alcuna colpa al mondo, che aspetta il suo papà che torni a casa.
E ancora è fortunato, Antonio, a poter scrivere al suo papà. Altri bimbi non hanno nemmeno questa possibilità, perché perdono la vita sotto le macerie di una scuola colpita da un missile.
Oltretutto Giangiuseppe, il papà di Antonio, è un militare ed è sì in guerra non per sparare e uccidere ma esattamente per il contrario, per soccorrere i feriti.
Giangiuseppe è un Capitano medico, e in quel momento prestava servizio presso l’Ospedale da campo n.11 a Zuara, in Libia.
Che ci faceva lì?
All’inizio del Novecento, le grandi potenze europee avevano avviato da tempo, e con successo, una proficua politica coloniale. Mancava l’Italia, che c’aveva provato ma con scarsi risultati, come dimostrava la sconfitta di Adua del 1896.
In quel momento l’Impero Ottomano attraversava una fase di profonda crisi politica e militare, e la Libia, allora suddivisa in Tripolitania e Cirenaica, sembrò essere un obiettivo possibile per le mire italiche.
La cosiddetta Guerra italo-turca ebbe inizio nel settembre 1911 con la dichiarazione di guerra italiana all’Impero Ottomano e lo sbarco delle truppe a Tripoli.
Le città costiere furono occupate con relativa rapidità grazie alla superiorità navale italiana, ma nell’entroterra libico la resistenza fu molto forte.
A quel punto, l’Italia occupò le isole del Dodecaneso, territorio turco, per esercitare una maggiore pressione sul nemico e per poi “barattarle” al tavolo delle trattative a conflitto ultimato.
Il conflitto si concluse infatti nell’ottobre 1912 con il trattato di pace firmato a Losanna (noto come Pace di Ouchy), con il quale l’Impero Ottomano cedette la Libia all’Italia. Formalmente l’Italia si impegnava a restituire il Dodecaneso, ma di fatto ne mantenne il controllo.
Tuttavia, la conquista della Libia non significò un’immediata pacificazione del territorio: le principali città costiere (Tripoli, Bengasi, Derna) erano sotto controllo italiano, ma l’entroterra era ancora controllato da gruppi armati arabo-berberi.
La resistenza locale proseguì negli anni successivi, fino al periodo fascista, rendendo l’occupazione lunga e costosa.
Nei primi mesi del 1913 Zuara, importante centro della Tripolitania occidentale noto per l’imponente oasi nella pianura del Gefara, divenne un punto strategico per le forze locali che si opponevano all’occupazione. Lì la situazione degenerò in una vera e propria rivolta contro la presenza italiana, con attacchi e imboscate contro le posizioni italiane.
Le truppe italiane reagirono con operazioni di rastrellamento nei dintorni della città, bombardamenti navali di sostegno e un rafforzamento della guarnigione. L’obiettivo era impedire che Zuara diventasse un centro stabile di coordinamento della rivolta nella Tripolitania occidentale e tagliare eventuali rifornimenti provenienti dalla Tunisia (allora in mano francese).
Ecco cosa ci faceva a Zuara il Capitano medico Giangiuseppe.
Ultima nota la merita la cartolina postale che utilizzò Antonio per scrivere al papà. Come è possibile osservare si tratta di una “Cartolina postale militare”, ovvero una cartolina fornita alle truppe e tramite la quale i militari potevano scrivere a casa senza necessità di affrancare, in franchigia.
Nello specifico, si tratta di una cartolina fornita alle truppe in Tripolitania e Cirenaica, emessa il 15 dicembre 1911. La franchigia però era valida se era il Capitano a spedire, non valeva al contrario.
E quindi Antonio dovette regolarmente affrancare la cartolina, come una qualsiasi cartolina, per 5 centesimi (tariffa in quel momento in vigore), coprendo con il francobollo l’aquila sabauda stampigliata sulla stessa.
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