CANCELLARE CIO’ CHE NON INTERESSA

CANCELLARE CIO’ CHE NON INTERESSA

Ancora una volta si torna a parlare di IMI.
E, devo dire, con grande interesse dal momento che la loro storia è stata per tantissimi anni volutamente dimenticata.
Li hanno considerati vigliacchi, in alcuni casi traditori, ma erano semplicemente soldati, uomini, che all’alba dell’8 settembre 1943 vennero invece abbandonati da tutti, allo sbaraglio.
Ma andiamo con ordine.

Come abbiamo già raccontato in altri sfizi, quando l’Italia il 3 settembre 1943 firmò segretamente l’armistizio con gli Alleati, non fece in tempo, non volle, non ebbe modo, o non ci pensò, di avvisare tutti i reparti militari sparsi un po’ ovunque e di inviare specifiche istruzioni.
Una volta che l’8 settembre prima Eisenhower e poi Badoglio diramarono al mondo intero di aver firmato l’armistizio, i soldati italiani non avendo ordini specifici non seppero cosa fare.

Ne approfittarono subito i tedeschi i quali, adesso nemici, li catturarono e chiesero loro: da che parte stai? Stai con noi? Combatterai con noi?
La maggior parte di loro risposero NO!, anzi alcuni dissero addirittura NEIN!
Costoro che si rifiutarono divennero traditori per i nazifascisti. Chi invece disse sì, agli occhi degli Alleati erano vigliacchi opportunisti.
Qualsiasi cosa rispondevi, sbagliavi.

I numeri: circa un milione furono i soldati catturati; di questi, circa 200.000 riuscirono a fuggire dandosi alla macchia; circa 100.000 acconsentirono di combattere per i tedeschi; circa 650.000 si rifiutarono e vennero internati nei lager del Terzo Reich con lo status di IMI, Internati Militari Italiani.
Questa, in estrema sintesi, la storia.

Questi numeri sono peraltro lo specchio riflesso dei sentimenti che serpeggiavano tra le truppe a quel punto della guerra: non ne potevano più, della guerra, del fascismo, di Mussolini.

Una volta concentrati in lager o campi di lavoro, agli IMI veniva concesso di avvisare a casa. Ed è proprio una di queste cartoline, appositamente predisposte, la protagonista dello sfizio odierno. Nella sua semplicità e sinteticità è assolutamente agghiacciante.

Il mittente è il caporale Enzo, il destinatario la signora Maria abitante a Chiesa in Valmalenco (Sondrio). I cognomi di entrambi sono molto comuni nel piccolo centro della Valtellina.
Manoscritta è riportata una data, il 22 settembre 1943 (forse la data di arrivo al campo), ma osservando il bollo postale in partenza possiamo leggere 11 novembre 1943. È normale: la censura.

La cartolina che il caporale Enzo inviò non è la classica cartolina fornita ai prigionieri di guerra. È una sorta di “esistenza in vita”: io sono qui, sono vivo.
Infatti Enzo, eccetto le sue generalità e l’indirizzo del destinatario, non scrisse nulla, si limitò a cancellare le frasi prestampate che non corrispondevano alla realtà.

Il testo prestampato recita: «Sto bene. Sono sano+ leggermente ferito+ prigioniero in Germania Cordiali saluti!».
I tedeschi con un timbretto in gomma a inchiostro rosso depennarono la parola «prigioniero» per aggiungere «Internato militare».
A seguire, le “istruzioni per l’uso”: accanto a «sano» e a «leggermente ferito» troviamo un simbolo “+”, e in basso infatti la frase: «+ Cancellare ciò che non interessa».

Va notato che «ferito» o «gravemente ferito» non era nemmeno contemplato, come a voler dire che i tedeschi erano brava gente e che non facevano del male a nessuno.
Mario depennò «leggermente ferito». Altro Enzo non poteva scrivere, almeno non con questa cartolina predisposta all’unico scopo di informare a casa.

Al recto della cartolina è impresso un timbro a caratteri gotici, “Kriegsgefangenenpost“, ovvero “Posta per prigionieri di guerra”. In realtà, come detto, lo status di queste persone era di internati militari, non di prigionieri di guerra, e questo perché in quanto internati i carcerieri tedeschi non erano obbligati ad applicare le norme della Convenzione di Ginevra del 1929.

La cartolina parte dallo “Stammlager XVII B”, uno dei principali campi di prigionia del Reich nazista, istituito nel 1939 nei pressi del villaggio di Gneixendorf, in Austria, a circa sei chilometri a nord-ovest di Krems, lungo il Danubio.

Uno Stammlager, anche detto per semplicità Stalag, è un “campo principale”, destinato alla detenzione di prigionieri di guerra soldati e sottufficiali.
Il numero romano XVII indica il distretto militare a cui apparteneva il campo; il Distretto Militare XVII comprendeva i territori del Basso Danubio, dell’Alto Danubio e la città di Vienna.
La lettera maiuscola che segue il numero romano segnala invece l’ordine di istituzione dei campi all’interno di quel distretto.

Di conseguenza, il campo di Gneixendorf era il secondo campo per prigionieri di guerra (lettera B) creato nel Distretto Militare XVII.
Il primo, lo Stalag XVII A, si trovava a Kaisersteinbruch, in Austria meridionale. Successivamente fu istituito lo Stalag XVII C nel poligono militare di Döllersheim. Nella stessa area di addestramento, a Edelbach, si trovava anche il campo destinato agli ufficiali prigionieri, denominato Oflag XVII A.

In un primo momento funzionò come Dulag, cioè un campo di transito; il 26 settembre 1939 fu poi trasformato in Stalag, quando giunsero i primi prigionieri di guerra polacchi, che vennero subito impiegati nella costruzione delle strutture del campo. Il complesso era formato da circa quaranta baracche, ciascuna progettata per ospitare fino a 300 uomini.

Nel 1940 arrivarono migliaia di soldati belgi; negli anni successivi giunsero anche francesi (circa 50.000), serbi, sovietici, jugoslavi, britannici, statunitensi (circa 4.000) e italiani. La maggior parte dei prigionieri venne assegnata ai numerosi distaccamenti di lavoro (Arbeitskommandos), impiegati nell’agricoltura, nell’industria mineraria, nel commercio e nell’edilizia della zona.

Con l’avvicinarsi dell’Armata Rossa, all’inizio dell’aprile 1945 iniziò l’evacuazione dei prigionieri ancora idonei al lavoro. I circa 3.000 detenuti rimasti nello Stalag furono liberati il 9 maggio 1945 dall’esercito sovietico.

Il database del Ministero della Difesa riporta deceduti quattro soldati con cognome Schenatti, tutti in Russia, tutti lo stesso giorno il 26 gennaio 1943 (il giorno della drammatica Battaglia di Nikolaevka, quando morirono oltre tremila italiani), e tutti provenienti da Chiesa in Valmalenco, ma non Enzo (o Vincenzo).

Enzo è un caporale del 2° Reggimento Artiglieria Alpina, il “Tridentina”, che nel 1940 venne impegnato nella campagna di Grecia e nel 1942 nella campagna di Russia. Fu proprio il 2° Reggimento Artiglieria “Tridentina” in prima linea nella Battaglia di Nikolaevka. Magari Enzo si trovò lì con i suoi compaesani, magari anche parenti, che non tornarono da là, chissà.

Tuttavia, il sito www.paesidivaltellina.eu riporta i caduti di Chiesa in Valmalenco durante la Seconda guerra mondiale, e il nostro Enzo non è tra loro.
E inoltre una Gazzetta Ufficiale del 1997 riporta (per una bega familiare che non interessa questo sfizio) un omonimo del nostro mittente, classe 1913: forse è proprio lui.

Tutto questo dimostrerebbe che il caporale Enzo, che non si piegò alla proposta tedesca di combattere per il Reich, preferendo a questa una prigionia a tempo indeterminato (oggi sappiamo che durò un anno e mezzo circa, ma al momento della cattura cosa potevano saperne i militari catturati di quanto sarebbe durata la guerra e quindi la loro prigionia?), dallo Stalag XVII-B tornò a casa vivo.

Riproduzione riservata.

I commenti sono chiusi.

©2018-2025 Sfizi.Di.Posta - Riproduzione riservata - Tutti i diritti riservati | Privacy | Copyright | WordPress Theme: Chilly