SUSSIDI PER I CONGIUNTI DEGLI IMI

SUSSIDI PER I CONGIUNTI DEGLI IMI

Quella appena trascorsa è stata una settimana di commemorazioni per i milioni di morti vittime della Shoah. L’onda lunga di questi sentimenti non è ancora sopita, e per fortuna (aggiungo io). Uccidere, trucidare, sterminare, in nome della razza è un abominio che non ha e non deve avere colori: chiunque lo faccia io lo combatterò, indipendentemente dalla connotazione politica, ideologica, geografica.

In che modo, a livello personale, possiamo combattere contro le camere a gas o i missili lanciati su gente inermi? L’unico modo possibile è quello di parlarne, parlarne sempre e comunque, non abbassare mai la guardia, tenere sempre alta la soglia d’attenzione.
E quindi eccoci qua con Sfizi.Di.Posta, questa rubrica che fa “parlare” i documenti postali, perché tramite essi può essere raccontata la Storia, quella con la esse maiuscola, quella realmente scritta e non quella indorata dall’ideologia.

Quando si parla, nell’ambito della Seconda guerra mondiale, di campi di concentramento, automaticamente si pensa agli ebrei e ai campi di sterminio.
Sicuramente, quello fu l’aspetto più eclatante, perché abominevole, che noi tutti oggi (per fortuna) conosciamo.
Ma nei campi di concentramento non vi finirono solo gli ebrei.
Durante una guerra vengono infatti fatti prigionieri, da un lato e dall’altro. Soldati che, combattendo, caddero in mano al nemico. Costoro assunsero lo status di POW, Prisoner Of War, Prigioniero di guerra.

I POW godevano (non sempre, purtroppo) dei diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1929, e venivano concentrati in campi, di solito sparsi ai quattro angoli del pianeta (per essere lontani dai campi di battaglia): i POW degli Alleati (italiani compresi) vennero spediti in Inghilterra, Africa, India, USA, persino Oceania.
Tra i diritti dei POW, all’art.38, vi era anche quello di poter scrivere e ricevere posta senza affrancare. Le nazioni detentrici di POW, per far fronte alla forte richiesta, allestirono persino speciali cartoline e pieghi atti all’uso.

Ma oltre la Shoah, oltre i POW, c’è ancora un’altra Storia da raccontare. Questa settimana qualcuno l’ha raccontata, ma è una Storia che si racconta effettivamente da poco e che merita, a mio avviso, un riflettore più forte: quella degli IMI, Internati Militari Italiani.

Dietro questa semplice sigla, IMI, si nasconde un passato di dolore, sofferenze, eventi tragici talmente forti che la maggior parte di loro, o meglio di coloro che poi riuscirono a tornare a casa, ha difficoltà enorme a raccontare. È condizione comune a questi uomini la necessità di tacere, di dimenticare: tanto l’orrore ha permeato la loro esistenza durante la prigionia che va dimenticato, va rimosso.
Ed è questo, anche, il motivo per cui sino a non molto tempo fa la storia degli IMI era quasi del tutto sconosciuta.
Ma, in sostanza, chi erano gli IMI?

Partiamo con il ricordare che il 3 settembre 1943 a Cassibile, un piccolo comune alle porte di Siracusa, venne firmato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati.
La notizia non venne data subito, venne tenuta nascosta, probabilmente per prendere tempo per organizzarsi, organizzazione che comunque non avvenne affatto.

Gli Alleati, tuttavia, continuarono le loro azioni di guerra come se nulla fosse. In quei giorni vennero bombardate Civitavecchia, Viterbo, Napoli.
L’incertezza italiana dovette ad un certo punto irritare gli Alleati che, in piena autonomia, mercoledì 8 settembre, alle 18:30 italiane, annunciarono l’armistizio attraverso la voce del generale Dwight D. Eisenhower a Radio Algeri.

A quel punto l’Italia non poté più tergiversare, e un’ora dopo, alle 19:42, il capo del governo generale Pietro Badoglio ai microfoni dell’EIAR diede a sua volta l’annuncio al popolo italiano della resa italiana e della cessazione delle ostilità nei confronti degli Alleati:
«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.»

La maggior parte delle persone, militari compresi, interpretò il proclama come fine della guerra. Gli stessi reparti militari non erano stati informati sul da farsi, da quel momento in poi. Molti militari abbandonarono armi e divisa e indossando abiti civili ritornarono a casa; altri si diedero alla macchia e si rifugiarono sui monti.
Insomma, era lo sbando più totale.

Gli, ormai, ex-alleati tedeschi avviarono immediatamente l’operazione Achse, ovvero l’occupazione militare del centro-nord Italia.
La guerra, che sino a quel momento era stata sì presente ma combattuta lontano da casa, era invece adesso entrata nelle case di tutti gli italiani.

I militari italiani, che sino ad allora avevano combattuto con i tedeschi contro gli Alleati, da un giorno all’altro si ritrovarono dall’altra parte della barricata: adesso i tedeschi erano i nemici e gli Alleati gli amici.

I tedeschi non persero tempo. Rastrellarono 815.000 soldati italiani e chiesero loro: vuoi combattere per noi? Circa duecentomila soldati accettarono, per convinzione o per convenienza; gli altri seicentomila risposero NO, alcuni risposero NEIN!, orgogliosamente.

Il problema fu, però, che indipendentemente da come rispondevi ti facevi da subito un nuovo nemico. Se rispondevi Sì, agli occhi degli italiani e degli Alleati eri un vigliacco approfittatore; se rispondevi No agli occhi dei tedeschi e dei fascisti della RSI eri un lurido traditore. Comunque rispondevi non andava bene.

I seicentomila che si rifiutarono vennero quindi concentrati e spediti in Germania, in campi di internamento. Occorre fare molta attenzione alla terminologia, perché un semplice termine cambiò il destino di tutti loro.

In teoria, infatti, si trattava di soldati catturati dal nemico, per cui amministrativamente si trattava di POW, come poc’anzi descritto.
Ma assegnare la “qualifica” di POW ai militari italiani avrebbe significato l’applicazione della Convenzione di Ginevra, con tutti i diritti da rispettare, e questo i tedeschi volevano evitarlo a tutti i costi.

Ecco quindi che gli italiani catturati all’alba dell’8 settembre non vennero classificati come POW, ma come Internati. E come internati non godevano proprio di alcuna protezione, se non quella (limitata) della Croce Rossa Internazionale.
Ma, non contenti, l’anno successivo i tedeschi ne pensarono un’altra.

Per quale ragione, infatti, avrei dovuto pure dare a questi italiani traditori cibo per sostenersi? Per quale ragione dovevano “pascere” nei miei campi di internamento, senza fare niente dalla mattina alla sera? Con la Croce Rossa che pure li tutela!
Io ho tante attività, tante fabbriche, miniere per estrarre prezioso minerale necessario per la guerra, fonderie dove fabbricare nuove armi. A me servono braccia!

Ecco quindi che nell’autunno del 1944 gli IMI vennero “declassificati” come “lavoratori civili”, e in quanto tali non avrebbero potuto più godere della “protezione” della Croce Rossa.
Quelli che prima erano alleati, poi nemici internati, erano adesso diventati schiavi.
Né più, né meno.

È quindi questo il contesto storico entro cui ci muoviamo e che anticipa il documento postale che vedremo oggi, un telegramma inviato da Teramo alle 15:30 del 12 ottobre 1943 e diretto a Basciano, un comune sempre in provincia di Teramo, in val Vomano, dove venne ricevuto alle 18 dello stesso giorno.
Chi telegrafa è Elmo Bracali, che fu Prefetto a Teramo dal 16 giugno al 25 ottobre 1943; chi riceve è il Podestà di Basciano.

Ricordiamo che Teramo venne liberata dall’occupazione tedesca il 14 giugno 1944 grazie alle azioni delle formazioni partigiane locali, in particolare la formazione Rodomonti, che entrarono in città prima dell’arrivo delle truppe alleate, avvenuto il 17 giugno.
Alla data del nostro telegramma, quindi, Teramo è formalmente governata dalla Repubblica Sociale Italiana, praticamente dalle truppe d’occupazione tedesche.

Il telegramma reca il bollo postale di Basciano (che trascrisse il telegramma, così come è arrivato oggi sino a noi) e il bollo amministrativo rettangolare del Comune di Basciano, segno che il Podestà ricevette regolarmente il telegramma stesso.

Ecco il testo:
«N 1642 Punto Comunico seguente telegramma Ministero Interno: 54191 At soluzione quesiti proposti comunicasi che può essere autorizzato corresponsione soccorso giornaliero at congiunti bisognosi dei militari rimasti in Sicilia in Calabria et nelle Puglie dei militari prigionieri dei germanici e che si presume siano stati internati dalle forze armate tedesche punto Prefetto Bracali»

Con il Regio Decreto del 13 maggio 1915 n. 620 era stato infatti istituito un sussidio per le famiglie dei militari prigionieri, dispersi o richiamati alle armi, estendendolo anche a impiegati civili e statali. Lo scopo era sostenere le famiglie rimaste senza mezzi di sostentamento. Il sussidio era destinato a mogli, figli, genitori e, in alcuni casi, fratelli e sorelle, secondo condizioni di età e di bisogno.

Nel tempo la normativa fu ampliata: nel 1916 e 1917 i soccorsi furono estesi ai volontari e ai militari di leva, includendo anche nonni vedovi. Furono istituite commissioni provinciali per valutare i ricorsi e le domande di aiuto.

Un sistema più organico venne introdotto con la legge del 22 gennaio 1934 n. 115, che creò in ogni comune commissioni (composte dal Podestà, dal Segretario del Fascio, dal Presidente della Congregazione di Carità, e da un Carabiniere) incaricate di esaminare e concedere i sussidi alle famiglie dei militari.

I sussidi, giornalieri o quindicinali, erano erogati generalmente in denaro, e gestiti attraverso uffici postali e archivi comunali che registravano i beneficiari. Localmente, i sussidi potevano essere anche di altra forma e natura, generi alimentari in particolare.

Non stupisce, quindi, il contenuto del telegramma in merito ai sussidi da erogare.
Quel che invece stupisce, ma forse non più di tanto, è l’incertezza, presente ancora dopo oltre un mese dall’8 settembre, sulla sorte dei soldati che rifiutarono la collaborazione con i tedeschi.

Quel “si presume” dice tutto.
Si parla sempre, infatti, dello sbandamento all’indomani dall’8 settembre, ma anche dopo un mese da quella fatidica data la situazione non sembra molto diversa. E questo è sicuramente un fatto.

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