
Il 14 luglio 1938 venne pubblicato il “Manifesto della razza” che in sintesi diceva: secondo un concetto puramente biologico, le razze umane esistono ed esistono grandi razze e piccole razze; la popolazione italiana è nella maggioranza di origine e civiltà ariana; è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti; gli ebrei non appartengono alla razza italiana; i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo; e altre affermazioni simili.
In seguito a ciò, il 22 agosto 1938 venne avviato un censimento degli ebrei. Una schedatura. Una conta.
Individuare! Contare!! Schedare!!!
Si disse che il censimento avveniva solo a fini statistici, per porre in evidenza la presenza della razza ebraica in Italia e null’altro.
Giustificazioni, certo.
51.000 circa furono gli ebrei schedati.
E allora, caro popolo italiano, vedi che gli ebrei sono un pericolo incombente, un rischio periglioso, un’insidia per l’ariano italico fascistissimo e cazzutissimo?
Occorre porvi rimedio!
Ecco quindi la tavola apparecchiata.
Adesso si può passare al terzo passaggio, tirare fuori la legge: Regio decreto-legge 17 novembre 1938, n.1728, “Provvedimenti per la difesa della razza italiana“.
Quelle che noi oggi chiamiamo per semplicità “Leggi razziali”.
Una volta classificata biologicamente una persona come “ebrea” in base alla discendenza (anche un solo genitore ebreo), quindi non “ariana”, la legge stabiliva: espulsione di studenti e professori ebrei dalle scuole pubbliche e università; divieto di usare libri di testo o carte geografiche di autori ebrei; creazione di scuole specifiche per ebrei; divieto di lavorare come giornalisti, notai, e in ruoli pubblici (amministrazione, banche, assicurazioni); proibizione dei matrimoni “razzialmente misti” (tra ebrei e ariani) e del personale domestico ariano per gli ebrei; limitazioni in sport, cultura e associazioni; revoca della cittadinanza italiana agli ebrei stranieri arrivati dopo il 1919; divieto di residenza per gli ebrei stranieri; limitazioni sul possesso di terreni e fabbricati oltre certe soglie.
Inoltre, l’art.9 dell’infamia di cui sopra così recitava: «L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione. Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che riguardano appartenenti alla razza ebraica, devono fare espressa menzione di tale annotazione.»
E con quest’ultima informazione arriviamo al documento postale oggetto di questo sfizio.
Si tratta di un classico piego in cui venivano annotati i cambiamenti di residenza. La signora Maria, insegnante alle scuole elementari, nubile (“sola“, nelle annotazioni), nel febbraio 1941 si era trasferita da Viareggio (Lucca) a Monteromano (Viterbo).
Di conseguenza, il Comune di Monteromano scrisse al Comune di Viareggio per comunicare l’avvenuta iscrizione il 14 febbraio 1941, e il Comune di Viareggio rispose al Comune di Monteromano comunicando l’avvenuta cancellazione il 18 febbraio.
Lo stesso piego, quindi, ha fatto avanti e indietro, quella che in gergo tecnico gli storico-postali chiamano “rispedizione”: ecco perché troviamo due frontespizi affrancati.
Sin qua, tutto regolare. Di pieghi del genere se ne trovano a quintali nei mercatini dell’usato.
Quello che mi ha fatto sobbalzare dalla sedia è il timbro lineare inchiostrato rosso che troviamo sulla destra: «NON RISULTANO ANNOTAZIONI DI APPARTENENZA ALLA RAZZA EBRAICA.»
La questione della razza era talmente presente nell’Amministrazione dell’epoca tanto da doversi dotare addirittura di appositi timbri per attestare o meno l’appartenenza alla razza ebraica.
Del resto lo imponeva l’art.9 di cui sopra, per cui non stupisce che a Viareggio (e dico a Viareggio perché l’inchiostro rosso venne utilizzato su questo piego a Viareggio) si fossero dotati di tale timbro amministrativo.
Maria, dunque, non era ebrea.
E quindi poteva regolarmente svolgere la sua professione di insegnante.
A tal proposito, occorre ricordare che il regime fascista teneva alta l’attenzione sulla scuola, tanto da dedicare ad essa un apposito decreto che, a valle del censimento degli ebrei, precedette di poco le Leggi razziali: il Regio Decreto 5 settembre 1938, n. 1390 , “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista“.
I primi quattro articoli non lasciano spazio ad interpretazioni:
«Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; né potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio […] Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.
Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.»
Appena promulgato il decreto, 96 professori ordinari e più di 400 fra incaricati, liberi docenti, lettori, aiuti ed assistenti vennero sospesi dal servizio.
Per continuare la propria carriera, molti di essi dovettero emigrare negli USA e in Sud America.
E se il Regio Decreto n.1390 prevedeva la sospensione dal servizio, il successivo Regio Decreto-Legge 15 novembre 1938, n. 1779, “Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola italiana“, all’art.8, sancì la definitiva dispensa dal servizio: il licenziamento.
Tutto questo fu l’inizio della fine.
Domani è il Giorno della Memoria, si commemorano le vittime dell’Olocausto. Quell’Olocausto che fu figlio di quella follia inumana che furono le Leggi razziali del regime fascista.
Senza se e senza ma.
Riproduzione riservata.






