
Si dice che il gioiello più prezioso non si mette al dito ma si porta in grembo per nove mesi. Forse non è così per tutte le donne, ma sarà senz’altro così per tutte le mamme. Quelle mamme che «affezionata a quella gonna un po’ lunga, così elegantemente anni cinquanta, sempre così sincera».
Ma tralasciando per il momento Edoardo Bennato e il suo inno alla mamma degli anni Cinquanta, catapultiamoci sempre negli anni Cinquanta, ma di cento anni prima.
È il 6 gennaio 1848, e un piego pergamenato parte dal Vicariato Generale di Benevento. Destinatario il “Molto Illustre” e “Reverendissimo Signore” Francesco di Sant’Angelo Limosano (Campobasso).
Chi segue Sfizi.Di.Posta forse ricorderà che non molto tempo fa raccontammo una storia ambientata proprio nel 1848 tra Benevento e Sant’Angelo Limosano.
La storia che racconteremo oggi non c’entra nulla con quella, ma la contestualizzazione storica e geografica è praticamente la stessa, e quindi ad essa attingo a larghe mani.
È bene ricordare che allora nel centro Italia vi era ancora lo Stato pontificio e che nel bel mezzo del Regno delle Due Sicilie vi era un’exclave pontificia, il Principato di Benevento, ubicata nella provincia del Principato Ultra (quel territorio che storicamente è l’Irpinia), estesa circa 150 kmq, e che comprendeva i comuni di Benevento, Bagnara, Montorsi, Perrillo, Sant’Angelo a Cupolo, San Leucio e San Marco ai Monti.
Il Principato di Benevento fu uno Stato formalmente indipendente costituito nel 1806 da Napoleone I, ma la sua origine risale a molto prima, quando nel 1053 l’imperatore Enrico III lo concesse al Papa Leone IX come segno di riconoscenza e per rafforzare l’alleanza tra Impero e Papato.
Tornata alla Chiesa dopo la caduta di Napoleone nel 1815, Benevento fu sede di delegazione apostolica, una suddivisione amministrativa dello Stato della Chiesa, istituita nel 1816 da papa Pio VII.
Al recto del piego oggetto di questo sfizio possiamo osservare il bollo ovale “BENEVENTO”, mentre al verso il lineare su due righe “NAPOLI 1848 / 13 GEN”, a indicare la data di arrivo nella capitale partenopea, evidentemente per transito prima di ripartire per la destinazione finale.
Sul frontespizio troviamo il segno di tassa manoscritto “2”. Va anzitutto detto che all’epoca le tariffe postali si basavano sul peso della missiva e sulla distanza da compiere. In questo caso, parliamo di un piego semplice per una distanza (80km circa da Benevento a Sant’Angelo) inferiore alle 50 miglia italiane (pari a 93km circa) la cui tassa era di 2 grana.
Nel caso in esame, il piego all’interno dell’exclave di Benevento ha viaggiato in franchigia, mentre una volta giunto nel Regno delle Due Sicilie è stato gravato di tassa (che pagava il destinatario) di 2 grana.
Quindi, venne istradato per il “Cammino per Campobasso al Vasto”, un cammino postale che toccava le seguenti stazioni di posta: Napoli > Maddaloni > Guardia > Sepino > Campobasso > Civitacampomarano > Vasto.
Sant’Angelo Limosano poteva essere servito da un portalettere di partenza tanto dalla stazione di Campobasso quanto da quella di Civitacampomarano, stando circa a metà distanza tra esse.
Il contenuto della missiva è prestampato, firma del mittente compresa, leggibilissimo. Lo trascrivo ugualmente.
«Essendo stato partecipato a questo Eminentissimo Signor Cardinale Arcivescovo, che Sua Maestà la Regina sia felicemente entrata negli alti mesi di sua gravidanza, mi affretto passarlene avviso, onde nelle Chiese soggette alla sua cura tutt’i giorni nelle pubbliche funzioni si recitano le Litanie Laurentane con cinque Pater Ave, e Gloria, e nelle Messe dei Sacerdoti si aggiunga l’orazione, che incomincia: Defende, quaesumus Domine, Beata Maria semper Virgine intercedente ab omni adversitate famulam tuam Mariam Teresiam Reginam nostram etc. Allorché poi avrà inteso lo sgravo dell’Augusta Regina, si darà subito la cura di far cantare nella Chiesa Matrice l’Inno di ringraziamento. Il Vicario Generale, P. Balsamo.»

In poche parole: per la di lei gravidanza, prega e fai pregare.
La Regina incinta, in punto di partorire, è quella citata nell’orazione in latino, “Mariam Teresiam“, Maria Teresa Isabella d’Asburgo-Teschen, seconda moglie di Ferdinando II di Borbone, “Re bomba”.
Il sovrano il 21 novembre 1832 aveva sposato Maria Cristina di Savoia, ma la donna morì il 31 gennaio 1836 per i postumi del parto dell’unico figlio che la coppia reale riuscì ad avere, Francesco, che sarà (alla morte del padre) l’ultimo re Borbone del Regno delle Due Sicilie.
Ferdinando II, quindi, il 9 gennaio 1837 sposò Maria Teresa d’Asburgo-Teschen la quale gli diede ben dodici figli, da Luigi (agosto 1838) a Gennaro (febbraio 1857), una media impressionante di un figlio ogni anno e mezzo circa (nove mesi di gestazione compresa).
Il figlio n.7, Giuseppe, nacque a Napoli il 4 marzo 1848. Di conseguenza, è proprio della gravidanza di Giuseppe che si parla nel nostro piego.
A tutti i neo nati veniva assegnato alla nascita, di diritto, un titolo nobiliare; a Giuseppe fu dato il titolo di Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro e, soprattutto, quello di Principe e Conte di Lucera.
Il titolo di Conte consentiva l’esercizio di «merum et mixtum imperium exercendum per se suosque officiales in terris suis», ovvero la concessione piena e totale dei poteri giurisdizionali su un determinato territorio (feudo), eccetto quello appartenente alla Chiesa, a un signore il quale può esercitarli direttamente (per se) o tramite i propri funzionari (suosque officiales).
Il Conte di Lucera, quindi, aveva giurisdizione su un territorio che poteva contare all’epoca già 12.000 abitanti nella sola città (dato del 21 maggio 1838) e ben 9 botteghini (quando la legge ne prevedeva al massimo sei) per lo spaccio di generi di privativa.
Giuseppe quei poteri non poté mai esercitarli in quanto cadde purtroppo malato, e dopo lunga infermità morì a Portici il 28 settembre 1851, alla tenera età di 3 anni e mezzo.
Il 2 ottobre il feretro venne trasportato a Napoli, e dopo solenni esequie venne tumulato nella cappella reale esistente nella Chiesa di S. Chiara.
Tutt’oggi nella Cappella Borbone in Santa Chiara è possibile osservare (quint’ultimo nell’elenco) il nome “IOSEPH COMES LUCERIAE 1848-1851” nella lapide pavimentale marmorea a destra dello stemma dei Borbone.
Quanta Storia dietro una banale circolare…
Riproduzione riservata.






