
Nei raccoglitori di tutti coloro che si occupano di storia postale dei prigionieri di guerra vi si trova di tutto e di più. Prigionieri erano ufficiali ma anche soldati semplici, a volte analfabeti o con gravi carenze scolastiche. A volte succedeva infatti che un prigioniero scrivesse anche per conto di altri, e questo risulta evidente dalle differenti grafie sulla missiva.
E allora, al di là del contenuto, quello che colpisce è il tentativo, quasi commovente, di alcuni uomini che (si comprende proprio tra le righe) facevano una fatica immensa per scrivere due righe a casa.
Quando poi ti capita tra le mani una lettera come quella protagonista dello sfizio di oggi, beh, sicuramente ti fermi e la leggi.
E così ho fatto io quando l’ho rinvenuta nell’ennesimo scatolone impolverato dell’ennesimo commerciante di carte vecchie.
La missiva è il classico piego che veniva fornito gratuitamente ai prigionieri di guerra. Ricordo, ma l’abbiamo già visto più volte qui su Sfizi.Di.Posta, che in base all’art.38 della Convenzione di Ginevra del 1929 i prigionieri di guerra avevano il diritto di scrivere e ricevere missive in totale esenzione di tassa postale, ovvero senza affrancare le missive stesse.
Il piego riporta infatti la dicitura in francese “CORRESPONDANCE DES PRISONNIERS DE GUERRE – FRANC DE PORT”.
Chi riceve è una signora a Roma, chi spedisce è un ufficiale prigioniero di guerra nel campo n.6 a Saida, Algeria.
Il campo di Saida si trovava a circa un centinaio di km a sud di Orano, città algerina nota per i suoi numerosissimi campi di concentramento per prigionieri di guerra.
A Saida, però, non venivano inviati i soldati, ma gli ufficiali.
Il campo altro non era che una caserma, originariamente creata per la legione straniera, e poi adattata per concentrare 1380 italiani catturati in Tunisia tra maggio e giugno 1943, temporaneamente detenuti al campo di raccolta di Pont du Fahs, e poi trasportati, un pezzo a piedi e poi in carri bestiame, sino a Saida.
Il gruppo era composto da due generali, il Generale di Divisione conte Fernando Gelich, comandante della “Superga”, e il Generale di Brigata Arturo Benigni, anch’egli della stessa Grande Unità, oltre a sei colonnelli (S. Agnello, G. Barone, L. Incisa di Camerana, G. Dispensa, D. Gabrielli della Regia Aeronautica, e T. Lequio d’Assaba).
Seguivano sessantaquattro tra tenenti colonnelli e maggiori, mentre il resto era formato da ufficiali subalterni, con una forte presenza di sottotenenti, che erano circa cinquecentocinquanta. A questi si aggiungevano circa 220 sottufficiali e soldati, impiegati nei vari servizi interni del campo.
La struttura era circondata da alte mura sormontate da reticolati e comprendeva tre grandi edifici disposti a ferro di cavallo. Vi si trovavano inoltre la palazzina del comando francese, le cucine, gli alloggi delle guardie e delle maestranze algerine. Il vasto cortile centrale era quasi interamente diviso da alte barriere di filo spinato, con un unico passaggio chiuso da cavalli di frisia e sorvegliato da sentinelle poste in garitte di legno. Tale organizzazione mirava a ridurre al minimo i contatti e lo scambio di informazioni tra i prigionieri collocati nei diversi settori del campo.
Lo spazio per muoversi non era quindi molto e il servizio postale era davvero pessimo, ma in compenso i prigionieri potevano studiare, pregare, essere curati in ambito sanitario, ascoltare la radio.
Veniamo al testo della missiva.
«Saida, 7 ottobre 1945
Cara Marcella, rispondo alla tua del 14 settembre. Il 29 dello stesso mese ho ricevuto il pacco con la maglia pesante, che è il quinto arrivatomi, mentre dici che è il sesto speditomi. Cosa conteneva questo pacco? Non me ne avete mai parlato. In quello della maglia mancavano le forbicine, i calzini, e l’elastico; in più c’era una scatola di sardine. Il pacco con il panforte l’ho ricevuto ed era in buono stato: i pennini non c’erano. Sono contento che Manieri sia rientrato e goda buona salute. Quel Di Chiara è poi Di Laura che mi ha scritto e gli ho già risposto. I medicinali sono semplici ricostituenti, e dato che ci è stato comunicato un ulteriore ritardo del nostro rimpatrio, spediteli senz’altro. La mia salute è buona. La notizia detta sopra è stata un forte colpo: passare un inverno ancora qui è duro. Comunque bisogna rassegnarsi ed aver pazienza. Il collega Colucci da molto tempo è privo di notizie della sua famiglia. Ti prego di informarmi al riguardo. Un abbraccio Renzo.
Cara mamma, purtroppo oggi, allo scadere del mese e mezzo dalla prima comunicazione del rimpatrio, non essendo partito alcun scaglione, ci è stato detto che la nostra partenza è rimandata a causa della deficienza di naviglio da parte dell’Italia e della confusa situazione politica. La sfortuna si accanisce verso di noi. Ti prego di non credere alle voci ottimistiche che partono da ambienti locali più o meno ufficiali. Si sono dimostrate tutte menzogne sparse per placare momentaneamente le famiglie. Ad ogni modo, coraggio e pazienza. Un abbraccio, Renzo.»

Sui pacchi, ordinaria amministrazione: era infatti un “problema” comune che i pacchi arrivassero in ritardo, incompleti, con i viveri avariati (per il lungo tempo intercorso nel recapito), o che non arrivassero affatto.
Quel che invece balza agli occhi è la data di spedizione: 7 ottobre 1945.
Un errore?
La guerra non è già finita da un pezzo?
No, nessun errore. In effetti sì, la guerra è già finita da un po’, ma la maggior parte dei prigionieri di guerra non venne subito rimpatriata, a differenza dei civili rinchiusi nei campi di concentramento che vennero subito liberati e che dovettero tornare a casa ognuno a modo proprio (anche a piedi).
Renzo, infatti, comunica un ritardo ulteriore per il rimpatrio, ritardo dovuto essenzialmente dall’assenza di naviglio, pesantemente compromesso dalla guerra, e dall’incerta situazione politica (con il nazifascismo ormai archiviato, il focus era adesso la “spartizione della torta” tra i vincitori, e per l’Italia il desiderio di archiviare anche una monarchia, oltre che il fascismo).
Mettetevi un attimo nei panni di Renzo e dei tanti come lui che patirono i dolori di una guerra, vennero catturati dal nemico, rinchiusi dentro un campo di prigionia, la guerra è terminata (l’8 maggio in Europa, il 2 settembre nel mondo), e tu ancora devi stare lì rinchiuso e non puoi tornare dai tuoi. Da impazzire.
Ma quel che più balza agli occhi osservando il documento è la grafia con cui Renzo ha vergato con estrema cura e precisione ogni singola lettera di ogni singola parola.
E meno male che in alto ci stava stampigliato “SCRIVETE LEGGIBILMENTE”: più leggibilmente di così!!
Quindi, che fine avrà fatto Renzo? Sarà tornato a casa? E quando?
Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto un secondo documento, non in mio possesso ma rinvenuto in rete, che riguarda proprio il nostro stesso Renzo.
Si tratta di una lettera datata 17 dicembre 1945 spedita alla mamma di Renzo da parte del sig. Donato a nome di un comitato non meglio specificato. Quel che interessa è piuttosto il contenuto di detta missiva:
«Roma li 17 Dicembre 1945
Gentilissima Signora Mercuri,
Con il rientro in Patria del secondo scaglione di prigionieri provenienti dall’Algeria (in mano Francese) si chiude la prima fase di attività del nostro Comitato.
Sono lieto che mercè tale opera il Suo figliuolo Stenente Mercuri Renzo, sottratto dall’infernale campo di Saida, sia stato restituito al Suo affetto.
Le spese sostenute dal Luglio u. sc. Fino al momento dello sbarco sono state egualmente ripartite fra tutti gli aderenti al nostro Comitato nella misura di Lire Quattrocento.
Al suo figliuolo sono state anticipate le spese di trasporto da Napoli a Roma nella misura unica di Lire 1500.
Nel porgerLe i miei più vivi rallegramenti ed auguri, La prego volere far pervenire al mio indirizzo la somma di Lire 1900.
Con i più cordiali saluti mi creda di Lei dev.»
Ora… Al di là della questione in sé, meramente economica, quel che davvero ci interessa è aver saputo che entro la fine del 1945 Renzo tornò a casa, probabilmente proprio in questi giorni 80 anni fa.
E allora, Buon Natale, sottotenente Renzo, tra l’affetto dei tuoi cari.
Finalmente a casa.
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