90 ANNI FA: FRANCISCO FRANCO E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

90 ANNI FA: FRANCISCO FRANCO E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

In questi giorni si fa un gran parlare di quanto accaduto a Ceuta, l’exclave spagnola in Marocco.
Ma in questa pagina, come ben sapete, non parliamo di argomenti di attualità politica anche se oggi, in effetti, parleremo di Italia e di Spagna.

In questi giorni, o meglio in queste settimane, ricorre infatti un anniversario che non riguarda il territorio italiano ma, come noto, riguarda eccome da vicino l’Italia: i 90 anni dallo scoppio della Guerra civile spagnola.
Tra il 1936 e il 1939, infatti, a duemila km circa di distanza dall’Italia, in Spagna, andarono in scena le “prove generali” della Seconda guerra mondiale.

Un gruppo di generali guidati da Francisco Franco il 17 luglio 1936 tentarono un colpo di Stato alla legittima Repubblica spagnola.
Peraltro, pensate che combinazione, il golpe fu tentato proprio nel Marocco spagnolo, a Melilla, Tetuán e Ceuta!
Incredibili i corsi e ricorsi storici, vero?

Il golpe immediato fallì, ma il Paese era ormai spaccato: da un lato i Repubblicani (sinistre, anarchici, democratici e le Brigate Internazionali di volontari), dall’altro i Nazionalisti (militari, monarchici, fascisti della Falange e Chiesa cattolica).
Una sanguinosa guerra civile era alle porte.

Il conflitto però non rimase isolato entro i confini iberici, ma interessò l’intero scacchiere geopolitico internazionale. Le potenze europee approfittarono di entrare nel conflitto, a fianco dell’una o dell’altra fazione, per testare nuove tattiche e armamenti avanzati sulla popolazione.

Mussolini inizialmente cercò di rimanere defilato, mai poi comprese che, al di là delle ideologie che lo legavano a Franco, l’Italia fascista aveva una formidabile occasione a livello strategico ed espansionistico: contrastare il comunismo, indebolire la Francia nel Mediterraneo occidentale e ottenere potenziali basi navali nelle isole Baleari, e non ultima la necessità di mettersi in mostra agli occhi dell’alleato tedesco.

Insieme alla Germania nazista, l’Italia fascista appoggiò quindi i golpisti con l’invio in Spagna di circa 75.000 uomini sotto il nome di Corpo Truppe Volontarie (CTV) che di “volontario” non avevano praticamente nulla essendo in gran parte militari regolari e camicie nere della MVSN. Del resto, si trattava di un appoggio a Franco, non di un formale ingresso in guerra, l’Italia mica dichiarò guerra alla Spagna, per cui non si sarebbe potuto ufficialmente parlare di “soldati”, di “militari”.

Dall’altro lato, la Repubblica fu invece difesa dall’URSS e da migliaia di volontari (uomini e donne) arrivati da una cinquantina di Paesi, inclusi quasi 5.000 italiani.
Gli italiani che combatterono contro il generale Francisco Franco erano volontari (loro sì!) antifascisti militanti repubblicani, anarchici, comunisti, socialisti, o aderenti al movimento Giustizia e Libertà, per lo più esuli politici scappati dall’Italia perché perseguitati dal regime fascista, spesso residenti in Francia.

Gli antifascisti italiani erano organizzati in formazioni. Le più rilevanti, anche numericamente, erano “Colonna Rosselli”, il primo nucleo di volontari italiani organizzato nell’estate del 1936 da Carlo Rosselli a Barcellona, e il “Battaglione (poi Brigata) Garibaldi”, l’unità italiana più grande e strutturata, inserita nelle Brigate Internazionali, famosa per aver sconfitto le truppe fasciste italiane di Mussolini nella celebre battaglia di Guadalajara nel marzo 1937.

L’esercito italiano fascista, tuttavia, partecipò in modo decisivo alle successive campagne del Nord, alla battaglia dell’Ebro e alla decisiva offensiva in Catalogna.
Grazie alla superiorità militare e alle divisioni interne dei repubblicani, Franco conquistò Madrid e ad aprile 1939 decretò vinta la guerra.
La vittoria instaurò un regime autoritario e repressivo che durerà fino alla sua morte del suo leader Francisco Franco nel 1975.

Per l’Italia i costi economici furono devastanti sia in termini di valuta (parliamo di miliardi di lire dell’epoca) che di scorte di armi e munizioni.
All’alba del 1940 e dell’ingresso in guerra dell’Italia a fianco dell’alleato nazista, l’esercito arrivò già gravemente indebolito.

La presenza italiana in quegli anni in Spagna ebbe effetti anche sulla posta.
I primi giorni del conflitto la corrispondenza veniva veicolata attraverso il normale canale postale spagnolo, ma presto ci si accorse che questo tragitto postale era inutilizzabile: le lettere venivano accumulate a Cadice e non inoltrate a destinazione, ovvero quindi restituite al mittente.

Sulla scorta della positiva esperienza fatta durante la guerra in Etiopia con l’istituzione di un ufficio di concentramento, il 1° febbraio 1937 venne istituito l’ufficio “POSTA SPECIALE 500”, una sorta di ufficio di concentramento postale di tutta la corrispondenza dei legionari, in arrivo o in partenza. In tal modo, chi scriveva dall’Italia non avrebbe dovuto sapere, di volta in volta, l’esatto posizionamento delle truppe.

Da lì, la posta veniva smistata in uffici postali distaccati. Questi uffici cambiavano spesso dislocazione, per cui evito qui di riportare numeri e date, non avrebbe senso, è uno studio che compete più allo specialista del settore.
Qui basti sapere che i vari uffici utilizzavano timbri riportanti la dicitura “UFFICIO POSTALE SPECIALE” seguito da un numero, da 1 a 12, più una serie di decine di timbri con altre denominazioni.

Si noti come questi uffici postali, compreso il concentramento generale, fossero “speciali” e non “militari”. Dicevamo che il corpo inviato in Spagna fosse costituito da “volontari”, quindi ovviamente i bolli postali non dovevano e non potevano riportare la parola “militare”.

E difatti proprio con uno di questi timbri è annullata la cartolina postale protagonista dello sfizio di oggi, che viaggiò in franchigia dalla Spagna sino a Piano d’Api – Pennisi, due frazioni del comune di Acireale, in provincia di Catania, il 1° luglio 1937.

La franchigia non poté essere concessa d’ufficio, appunto perché la missione era di “volontari” e non “militare”. Ma soltanto nel primo periodo i “volontari” dovettero affrancare le proprie missive per il porto ordinario (servizi aggiuntivi come la posta aerea andavano sempre e comunque affrancati).

La cartolina è annullata con il bollo “UFF.O POSTALE SPECIALE 4”.
Questo ufficio venne aperto il 1° marzo 1937 a Burgo De Osma, un comune del nord della Spagna, nell’alta valle del fiume Duero.
L’ufficio era a servizio della 2a Divisione CC. NN. “Frecce Nere” e di tutti i suoi reparti, una divisione semi-motorizzata e composta da circa 6.000 uomini.

Ad aprile del 1937, dopo la battaglia di Guadalajara, l’Ufficio Postale Speciale 4 venne spostato a Valladolid dove rimase sino al 14 agosto 1937, inizio dell’attacco nella regione della Cantabria.
Qui, le unità delle «Frecce Nere», dopo aver conquistato il Passo dell’Escudo, il 23-25 agosto, avanzando lungo la costa, presero Castro Urdiales, Laredo e Torrelavega, e il 26 agosto, insieme alle Brigate di Navarra, entrarono a Santander.

L’ufficio venne poi spostato a Miranda e quindi ad Haro dove venne temporaneamente chiuso il 12 novembre 1937 per poi essere riaperto due giorni dopo ma a Saragozza, a supporto della locale piazzaforte, dove concluse le sue attività l’11 maggio 1939.
Per info dettagliate su date e spostamenti, di questo e di altri uffici, si rimanda a B. Cadioli e A. Cecchi, L’intervento italiano nella guerra civile spagnola (1936-1939), Prato, Istituto di Studi Storici Postali, Quaderni di Storia Postale n.18, 1994.

Il nostro mittente quando scrisse la cartolina si trovava quindi a Valladolid.
Il testo è quasi del tutto irrilevante, in questo caso: «1-7-1937. Cari Baci a Tutti di famiglia Vostro figlio. G. Pancari».

Quel che invece appare evidente, anche in modo eloquente, è la grafica presente sulla cartolina.
Al di sotto di una bandiera spagnola con l’esortazione “¡VIVA ESPAÑA!” troviamo un sorridente (beffardo?) Francisco Franco, ritratto a china o carboncino, al di sotto del quale è riportata la scritta “¡VIVA FRANCO!”.

Se aguzziamo la vista, notiamo inoltre che in basso a destra è riportata la ditta che ha realizzato questa cartolina.
Si tratta della “Imp. Viela – Haro”, ovvero la Viela Artes Gráficas, storica tipografia di famiglia fondata nel 1874 a Haro, in La Rioja (Spagna). Oggi, giunta alla quarta generazione, è situata in Calle Robles 50, ma all’epoca dei fatti narrati era ubicata al numero 27 di Calle de la Vega.
Oggi è specializzata in etichette per vino, cataloghi, riviste e stampa commerciale, ma all’epoca evidentemente anche in cartoline di propaganda…

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