
Due giorni fa, 20 settembre 2025, si è celebrata per la prima volta la “Giornata degli IMI”, Internati Militari Italiani.
Quella degli IMI è una storia drammatica, che coinvolse migliaia di italiani, e che è stata sottaciuta, o comunque minimizzata, per tanto tempo.
Degli IMI ne ho parlato più diffusamente in uno dei trenta sfizi presenti nel libro “Sfizi.Di.Posta. La storia attraverso la posta, la posta attraverso la storia” (Cosmo Iannone Editore, 2023), e a quello sfizio rimando per chi volesse approfondire la loro storia.
Per IMI si intendono quei soldati italiani che, all’alba dell’armistizio dell’8 settembre 1943, lasciati allo sbando più assoluto, si trovarono da un momento all’altro di fronte ai tedeschi non più come alleati bensì come nemici; vennero quindi catturati dai tedeschi ma alla precisa richiesta di combattere da quel momento in poi per la Germania la quasi totalità di essi si rifiutarono.
Vennero così rinnegati due volte: per i tedeschi erano nemici, per i fascisti erano traditori.
La maggior parte dei soldati venne quindi internata in campi di concentramento, altri vennero assoldati dall’Organizzazione Todt, potentissima azienda attiva soprattutto in opere edili e stradali, e da altre attività economiche e produttive per lavorare in regime di semi-schiavitù in campi di lavoro o cantieri esterni.
Tra queste ultime, a Wiedenbrück (città della Renania Settentrionale-Vestfalia che nel 1970, nell’ambito della riforma comunale, venne unita alla città di Rheda) vi era la Bresser & Co.
La Bresser & Co. era una ditta specializzata nella lavorazione del legno, specificatamente di compensato.
Nata come “Fabbrica di mobili Joseph Ellendorff” il 7 dicembre 1901, a seguito delle difficoltà economiche causate dal primo conflitto mondiale, la fabbrica fu venduta il 15 aprile 1926 ai fratelli Isaak e Gustav Thalheimer di Hannover e Sigmund Hirschheimer di Ludwigshafen sul Reno.
Il boicottaggio economico durante il nazionalsocialismo, causato dalle origini ebraiche dei proprietari, accompagnato ad un’accusa di riciclaggio di denaro all’estero, li costrinse a fuggire dalla Germania e a rifugiarsi in Inghilterra e in Brasile nel 1936.
La ditta venne quindi acquisita dal governo tedesco che nominò Hugo Bresser amministratore fiduciario del Reich.
Fu proprio Hugo Bresser che, alla fine, acquistò la ditta il 15 febbraio 1939 per 1,6 milioni di Reichsmark.
Qualche mese più tardi, l’1 maggio 1939, tale Christian Franke, influente membro del partito e del governo, divenne (o, meglio, fu fatto diventare) socio della ditta.
L’azienda cambiò quindi nuovamente nome in “Westdeutsche Sperrholzwerke Dr. Hugo Bresser u. Co. in Wiedenbrück (WSW)“.
Sia Bresser che Franke erano ambiziosi e volevano gestire la società che, nel frattempo, con lo scoppio della guerra, divenne estremamente strategica per il Reich ai fini bellici.
La lotta intestina tra i due vide alla fine prevalere Franke, proprio grazie al suo maggior peso politico, che nell’ombra riuscì, senza mai esporsi, a far accusare Bresser di agire contro la nazione e contro il Führer.
Bresser cercò disperatamente di difendersi dalle accuse, ma agli inizi di aprile 1944 venne arrestato dalla Gestapo e successivamente condannato a morte. La pena non venne subito eseguita anche perché Bresser, per l’enorme pressione che sentiva sopra di lui, si ammalò e morì in carcere nell’aprile 1945.
Terminata la guerra, la posizione di Bresser venne revisionata e con sentenza Lfd. Nr.094a LG Paderborn del 2.11.1948 (pubblicata su “Giustizia e Crimini Nazisti. Vol. III. Procedimenti n. 74-113 (1948 – 1949)“, a cura di Prof. Dr. C.F. Rüter, Dr. D.W. de Mildt, edit. Fondazione per la ricerca scientifica sui crimini nazionalsocialisti, Amsterdam) Franke venne condannato a due anni e dieci mesi di reclusione per aver orchestrato l’arresto di Bresser e ad averne causato, seppur indirettamente, la morte.
Dopo la fine della guerra, Erich Thalheimer, figlio di Isaak, riacquistò la fabbrica. Nel 1960 il nome dell’azienda fu cambiato in “Westag & Getalit” e divenne pubblica il 26 giugno 1961.
Oggi la Westag AG è una quotatissima azienda di legno e plastica specializzata in infissi e porte, e ha tuttora sede a Wiedenbrück-Rheda.
Fatta questa lunga premessa meglio si comprenderà la cartolina postale protagonista di questo sfizio, spedita da Wiedenbrück il 26 ottobre 1944 (ma bollata dall’ufficio postale di partenza il 30 ottobre) da Mario Cavazzuti presso la Bresser & Co., e diretta al papà Giovanni a Modena.
Leggiamone il testo.
«Carissimi Tutti, Sono di nuovo a voi con poche righe per informarvi che la mia salute è ottima e così spero sarà sempre anche di voi tutti e di Maria. Attendo sempre vostre notizie ma non giunge nulla, anche i pacchi fino ad ora non si sono visti ma spero che da un giorno all’altro arrivino, secondo me saranno fermi in qualche concentramento perché qua quasi tutti quelli dell’Alta Italia c’hanno pacchi spediti in Settembre e nessuno è ancora giunto. Qua per il momento nulla di nuovo si fa sempre la solita vita, lavoro, mangiare e dormire sempre attendendo con ansia il giorno che ci sarà dato di poter tornare alle nostre case con le nostre spose ed i nostri cari. Bruno spero sarà sempre con voi. Io scrivo sempre ma ora non so se arriverà a destinazione. Mi raccomando al momento culminante del pericolo di unirvi tutti assieme. Saluti e baci cari a mamma, babbo, Livia, Bruno e Maria, vostro Mario.»
Mario era un IMI.
Per prima cosa, come accade sempre in queste corrispondenze, Mario da notizie della sua salute, ottima.
Mentiva, Mario, molto probabilmente non era affatto ottima, ma non avrebbe potuto scrivere diversamente (la censura avrebbe bloccato la missiva) e voleva tranquillizzare a casa.
Per quanto riguarda i pacchi, non c’è da stupirsi.
In realtà, la Germania non ostacolò affatto l’invio di pacchi ai propri prigionieri, anzi. Nel 1941, infatti, ridusse a un terzo le razioni per i prigionieri i quali, inevitabilmente, richiesero più razioni a casa. Agevolando la consegna dei pacchi ai prigionieri, la Germania ridusse così notevolmente le spese di sostentamento dei prigionieri stessi.
A fine 1944, però, visto l’andamento della guerra, trasporto e consegna dei pacchi ebbe un fulmineo rallentamento. È pertanto vero quanto Mario riferì nella sua cartolina.
Nel paragrafo successivo Mario ci conferma il suo status di IMI. La “solita vita” fatta soltanto di lavoro, nutrimento e sonno, in attesa di poter tornare a casa, non è altro che la “solita vita” di un IMI.
Infine, la frase più inquietante ma al contempo più interessante: «Mi raccomando al momento culminante del pericolo di unirvi tutti assieme.»
Vi era quindi sentore che la guerra fosse arrivata alla fine?
Evidentemente sì, altrimenti non avrebbe senso quella frase e Mario non era certo un veggente.
Vi starete a questo punto chiedendo chi era Mario e se Mario tornò a casa, vero?
Su uno dei siti web di riferimento per gli IMI, LeBI, lessicobiograficoimi.it, è presente un Mario Cavazzuti, tenente classe 1914, di Milano, catturato sul fronte greco, a Larissa, il 12 settembre 1943, matricola 308851.
Risulta essere stato internato in diversi lager, Stalag III B, Stalag 327, Stalag III C, Stalag X B, e persino in un campo per ufficiali, Oflag 83.
Non si parla del suo impiego a Wiedenbrück, e non è indicata una data di rientro.
Non sono certo che si tratti della stessa persona, magari è solo un omonimo.
Potrebbe tuttavia trattarsi dello stesso Mario se consideriamo che dall’1 settembre 1944 circa 700.000 IMI aderirono al cambio di status in “lavoratore libero” a patto di sottoscrivere un impegno solenne che li vedeva subordinati alla Germania contro i suoi nemici. Mario potrebbe essere uno di questi firmatari.
Sta di fatto che Mario ci ha accompagnati con la sua cartolina e la storia che porta con sé, e noi non possiamo far altro che idealmente salutarlo, augurandoci che sia tornato a casa dalla sua famiglia.
Riproduzione riservata.






