La segretezza, a causa dei più svariati motivi, è stata da sempre un aspetto molto importante della comunicazione che ha sempre interessato migliaia di persone in tutto il mondo.
I confinati politici sotto il fascismo, per eludere il controllo e la censura della corrispondenza, usavano diffusamente l’inchiostro cosiddetto “simpatico” (ottenuto con latte, succo di limone, o dall’amido derivante dall’ebollizione del pane) che rendeva apparentemente invisibile il messaggio.
Non a caso, nelle carte d’archivio si ritrova la richiesta dei direttori delle colonie confinarie di Ponza e di Ventotene per un ferro da stiro e una lampada al quarzo (strumenti utili per evidenziare il testo scritto con inchiostro simpatico).
Ma piuttosto che nasconderlo agli occhi, un messaggio segreto può anche essere lasciato visibile ma reso illeggibile: è quanto riesce a fare la cifratura.
Cifrare un messaggio equivale a renderlo incomprensibile a chi lo legge e non possiede la chiave di lettura, la cosiddetta chiave crittografica, ovvero l’algoritmo matematico con cui viene reso il testo illeggibile e attraverso cui lo si può decifrare per renderlo leggibile.
Metodi di cifratura vennero utilizzati in passato dai greci, dai romani, dagli spartani, ma fu intorno al 1500 che si ebbe un grande impulso nella crittografia tra l’Italia, la Germania e la Francia: Alberti, Tritemio, Silvestri, Bellaso, Della Porta, Vigenére, sono solo alcuni dei nomi che posero le basi della moderna crittografia.
Dove, tuttavia, la crittografia ebbe un ruolo di primaria importanza fu la Seconda guerra mondiale.
I tedeschi fecero largo uso delle loro macchine Enigma (a proposito, se volete vederne una ancora funzionante la trovate al Museo Storico della Comunicazione all’EUR, a Roma) e Lorenz.
Gli inglesi scoprirono come decifrare i messaggi tedeschi (chi non ricorda il film The Imitation Game e la magistrale interpretazione di Alan Turing da parte di Benedict Cumberbatch?), e sfruttarono questa conoscenza per inviare a loro volta finti messaggi (quelli che oggi chiameremmo fake news) per sviare il nemico (noto è, infatti, l’invio di messaggi cifrati con Enigma che annunciavano lo sbarco degli Alleati a Calais, quando invece avvenne in Normandia, con le truppe tedesche in attesa a Calais di un nemico che non arrivò mai).
L’Italia non fu da meno (consiglio la lettura di due testi di Enrico Cernuschi, Ultra la fine di un mito, Mursia 2014, e Uomini, donne e macchine cifranti, Mursia 2024), ma per cifrature più semplici si utilizzava il Codice Mengarini.
Lo vediamo attraverso il documento postale protagonista di questo sfizio, un telegramma cifrato inviato il 15 aprile 1944 da Benito Mussolini in persona.
La data riportata sul telegramma è 15/4/22, ma quel 22 altro non è che l’anno dell’Era Fascista (che si calcola a partire dal 29 ottobre 1922, il giorno dopo la Marcia su Roma), appunto 1944.
L’ufficio di partenza è “Sede Nord” (a Salò) della Repubblica Sociale Italiana, quello di arrivo sembra leggersi dal bollo postale in arrivo Pavia.
Come è possibile osservare, il testo del telegramma è una serie di cinquine di numeri e in fondo una firma in chiaro, Mussolini.
Il testo è cifrato utilizzando il Codice Mengarini, un antico cifrario a sostituzione creato da un certo Mengarini e popolare prima della Prima Guerra Mondiale, basato su un libro (il “codice” stesso) paginato e numerato.
Il volume per decifrare un messaggio in codice è infatti un libro con le pagine numerate; la chiave è un numero che indica l’ordine di lettura delle pagine; ogni parola nel messaggio originale viene sostituita da una sequenza di numeri che indica la pagina e la posizione.
Quindi, ad esempio, la cinquina 39040 va scomposta in 390-40 e quindi indica la parola presente alla posizione n.40 della pagina n.390.
Sono riuscito a procurarmi una copia del cifrario, la quinta edizione 1924, ove vi è impresso un timbro a tampone con indicato il numero della copia del Codice, la data di consegna, il nome di chi ha consegnato il Codice e il nome di chi l’ha ricevuto.


Del Codice Mengarini vi era una variante, chiamata “Genova”, che consisteva nel leggere i numeri al rovescio. Esempio: la parola “Assisi” secondo il cifrario normale si legge 669-35, mentre secondo “Genova” risulta 966-53.
Forse non proprio semplicissimo ai profani, ma per chi si occupa di cifratura e crittografia il Codice Mengarini è tra i codici più semplici da decifrare e quindi tra i più vulnerabili e i meno sicuri. Ci voleva tuttavia un po’ di dimestichezza per decifrare il messaggio in codice, quindi per questo genere di comunicazioni andava più che bene.
Insieme al telegramma cifrato ho trovato anche il messaggio trascritto in chiaro, che riporto:
«Richiamo ancora una volta ed è l’ultima la vostra attenzione sulla necessità di non prendere alcun provvedimento in materia agricola ed alimentare senza prima aver interpellato il Ministero competente che è quello diretto dal camerata Moroni. Altrimenti invece di una repubblica ne avremo sessantaquattro il che vorrà dire avere battuto un primato di confusione e irresponsabilità. Mussolini».

Messaggio forte e chiaro, non c’è che dire: quel «ed è l’ultima» è sufficientemente perentorio.
Così come nulla da dire sul commento in merito alle sessantaquattro repubbliche, logico e condivisibile.
Per la cronaca, Edoardo Moroni, fascista della prima ora, partecipò alla Marcia su Roma, durante il Ventennio fu Presidente della Federazione Italiana Consorzi Agrari. Dopo l’8 settembre aderì alla RSI di cui ne fu Ministro dell’Agricoltura e Foreste. Negli ultimi giorni del conflitto, per salvare la pelle, scappò in Sud America, prendendo la cittadinanza in Argentina; morì a Buenos Aires nel 1975.
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