
Quante volte abbiamo detto che i documenti postali sono veri e genuini testimoni della Storia? Milioni di volte, e milioni di volte ancora lo diremo.
E il documento postale protagonista dello sfizio di oggi ne è l’ennesima conferma.
Giriamo indietro le lancette dei nostri orologi di ben 177 anni, e arriviamo al 1848. Sono giorni “caldi”, quelli lì. Il 1848 fu l’anno delle rivoluzioni liberali e nazionali, che segnarono l’inizio di grandi cambiamenti politici in Europa.
Non a caso è noto come la “primavera dei popoli”. E non a caso ancora oggi si usa dire “E’ successo un 48!” quando ci si riferisce allo stravolgimento di qualcosa.
In Francia, la rivoluzione di febbraio portò alla caduta della monarchia di Luigi Filippo e all’instaurazione della Seconda Repubblica.
In Germania, Austria e altri Stati vi furono rivolte popolari per ottenere costituzioni liberali e indipendenza nazionale.
Ma anche in Italia vi erano “venti” liberali.
A gennaio, a Palermo, un’insurrezione popolare costrinse i Borbone a concedere una costituzione.
A seguito delle Cinque giornate di Milano e dei sollevamenti popolari di Venezia, il Regno di Sardegna dichiarò guerra all’Austria il 23 marzo, dando così inizio alla Prima guerra d’indipendenza.
È dunque questo il contesto storico entro cui ci muoviamo.
È bene ricordare che nel centro Italia vi era ancora lo Stato pontificio e che nel bel mezzo del Regno delle Due Sicilie vi era un’exclave pontificia, il Principato di Benevento, ubicata nella provincia del Principato Ultra (quel territorio che storicamente è l’Irpinia), estesa circa 150 kmq, e che comprendeva i comuni di Benevento, Bagnara, Montorsi, Perrillo, Sant’Angelo a Cupolo, San Leucio e San Marco ai Monti.
Il Principato di Benevento fu uno Stato formalmente indipendente costituito nel 1806 da Napoleone I, ma la sua origine risale a molto prima, quando nel 1053 l’imperatore Enrico III la concesse al Papa Leone IX come segno di riconoscenza e per rafforzare l’alleanza tra Impero e Papato.
Tornata alla Chiesa dopo la caduta di Napoleone nel 1815, Benevento fu sede di delegazione apostolica, una suddivisione amministrativa dello Stato della Chiesa, istituita nel 1816 da papa Pio VII.
Il piego oggetto di questo sfizio, datato 20 aprile 1848, parte da Benevento ed è diretto a Sant’Angelo Limosano (Campobasso).
In partenza possiamo osservare il bollo ovale “BENEVENTO” al recto, come al verso il lineare su due righe “NAPOLI 1848 / 1 MAG“, a indicare la data di arrivo nella capitale partenopea, evidentemente per transito prima di ripartire per la destinazione finale.
Chi scrive è la Curia Arcivescovile di Benevento, nella figura del suo Vicario Generale, e si tratta di una circolare destinata a tutti i “Molto Illustrissimi e Reverendissimi Signori Vicarii Foranei della Diocesi di Benevento“.
Questo piego, nella fattispecie, è indirizzato all’Arciprete di Sant’Angelo Limosano perché, come è appuntato in una nota manoscritta, “Per la mancanza del Vic. For. all’Arcip. di S. Angelo Limosani“. Della serie: manca il Vicario Foraneo, la mando all’Arciprete.
Sul frontespizio troviamo alcuni segni di tassazione. Va anzitutto detto che all’epoca le tariffe postali si basavano sul peso della missiva e sulla distanza da compiere. In questo caso, parliamo di un piego semplice per una distanza (80km circa da Benevento a Sant’Angelo) inferiore alle 50 miglia italiane (pari a 93km circa) la cui tassa era di 2 grana.
In tal caso, il piego all’interno dell’exclave di Benevento ha viaggiato in franchigia, mentre una volta giunto nel Regno delle Due Sicilie è stato gravato di tassa (che pagava il destinatario) di 2 grana.
Inoltre, sembrerebbe che la missiva sia stata prima tassata di 2 grana, poi detassata (lo scarabocchio sopra il 2) e infine nuovamente tassata di 2 grana, forse a causa di una rispedizione o per altri motivi (grazie ad Antonello Sammarco per l’aiuto prefilatelico).
Una volta riconfermata la tassa, è stata istradata per il “Cammino per Campobasso al Vasto”, un cammino postale che toccava le seguenti stazioni di posta: Napoli > Maddaloni > Guardia > Sepino > Campobasso > Civitacampomarano > Vasto.
Sant’Angelo Limosano poteva essere servito da un portalettere di partenza dalla stazione di Campobasso quanto da quella di Civitacampomarano, stando circa a metà distanza tra esse.
Al di là del tragitto postale del piego e del destinatario, quel che è davvero rilevante è il messaggio in esso contenuto. È leggibilissimo, ma vale la pena riportarlo.
«Dal Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Ecclesiastici mi perviene il dispaccio in data 15 corrente mese del tenore seguente.
“In un epoca straordinaria in cui i popoli della Terra attoniti guardano ed ammirano un Pontefice, che con la voce della Religione si fa rigeneratore delle loro libertà, i Ministri del Sacerdozio non possono rimanere indifferenti. Seguaci, come essi debbono, delle orme che va stampando il Vicario di Cristo, non possono non comprendere che oggi più che mai la loro missione è non solo religiosa, ma politica. E già il dito di Pio IX ha segnato il punto, a cui debbono di presente dirizzarsi i voti, e gli sforzi del civile Sacerdozio. Nei piani di Lombardia sta per consumarsi l’opera più stupenda, che Dio potea consentire a popoli lungamente travagliati: IL RISCATTO DELLA Terra che chiude in grembo la Sede di Pietro. Quivi da ogni banda accorrono i generosi figliuoli d’Italia per cancellarvi col sangue le invecchiate orme dello Straniero. Dietro il vessillo di questa Crociata corrono gli affetti di tutto un popolo anelante del trionfo della sua indipendenza. E chi non vi si può trarre colle armi, vi cooperi col conforto della voce e col sussidio de’ mezzi. È mestieri che in questa general commozione che ai Ministri dell’Altare si dica in qual modo secondar debbano il pensiero ed il cenno del loro Capo Supremo? Non è dunque senza opportunità che io mi rivolgo a V. E. Rma e mi permetto ricordare non meno a Lei che tutto cotesto Clero Secolare, e Regolare il doppio debito che stringe ognuno in questa solenne occasione. Contribuire con le proprie sostanze a questa impresa d’interesse politico e religioso è dovere di ogni buon Cittadino. Cooperarvi con la preghiera, con la persuasione, e con l’esempio è ufficio di ogni zelante Sacerdote. Vostra Emza Rma e tutto il degno Clero cui è a capo, vorranno certo essere solleciti a compiere sì santi doveri. E mentre da una parte con larghe contribuzioni soccorreranno, e faran soccorrere i generosi campioni della comune indipendenza, dall’altra si studieranno implorare a loro pro le benedizioni dell’Altissimo, raccogliendo a solenne triduo i fedeli, e sciogliendo preghiere. Io non ho quindi mestieri di altro, se non di fare a V. E. Rma osservare che se la generosità è virtù cristiana e cittadina, l’opportunità e la prontezza è condizione principale di ogni atto generoso, il perché mi rendo certo che Ella mi farà tenere immantinenti e somme che insieme coi suoi Diocesani vorrà offrire a quest’opera importante; rimanendo a cura di questa Real Segreteria di disporre il modo conveniente dopo d’aver renduto di pubblica ragione il nome de’ generosi soscrittori. Così potrà certamente affermarsi all’Europa ed il Chiericato di questo Reame non sono stati ad alcuno secondi nella valida cooperazione della santa causa italiana; nell’accendersi di tutto quel zelo di cui arde il Seggio di Cristianità, il petto di Pio IX”
Nell’atto che comunico tutto ciò alla S. V. per l’esatto adempimento delle parti che Le competono, La prego accusarmi il ricevimento della presente Ministeriale, e cooperarsi colla maggior sollecitudine possibile ed esattezza a quanto in essa sì inculca e per rapporto al triduo di preghiera, e per rapporto alle collette, rimettendo in questa Curia le somme raccolte con un’elenco del nome di ciascuno che avrà voluto concorrere a tal’opera importante.
Il Vicario Generale
Pasquale Balsamo»



Filtrati i modi ottocenteschi con cui è scritta la missiva, di che cosa esattamente si parla?
A quale scopo doveva servire la colletta più volte sollecitata dallo scritto?
Va anzitutto ricordato che Pio IX, il papa in quel momento al comando della Chiesa cattolica, è stato il 255º papa della storia e l’ultimo sovrano dello Stato Pontificio dal 1846 al 1870, sino alla presa di Roma.
Non solo: il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e rotti, è (ad oggi) il più lungo della storia della Chiesa (dopo quello tradizionalmente attribuito a san Pietro).
Il suo pontificato, quindi, dovette gestire una serie di situazioni che si sono venute a creare in tutti quegli anni, a partire appunto dai fatti del 1848, quando era papa da appena due anni.
Il 14 marzo 1848 papa Pio IX concesse la costituzione, seguendo l’esempio del sovrano del Regno delle Due Sicilie. Lo Statuto prevedeva la creazione di due Camere legislative e permetteva anche ai laici di partecipare alle istituzioni, sia legislative sia esecutive.
Alla fine dello stesso mese, durante le Cinque Giornate di Milano, il pontefice subì forti pressioni affinché imitasse il Granduca di Toscana e il Re di Napoli, che avevano inviato le proprie truppe al fronte.
Pio IX, pur volendo limitarsi a difendere i confini dello Stato Pontificio dall’eventuale invasione del Regno Lombardo-Veneto austriaco, autorizzò la formazione di due corpi armati: uno composto da soldati regolari, guidati dal generale Giovanni Durando, e un altro formato da volontari, sotto il comando del generale Andrea Ferrari.
Di conseguenza, lo Stato Pontificio si trovò coinvolto, di fatto, in una guerra contro l’Austria (uno Stato cattolico) in nome dell’indipendenza italiana. Il 17 aprile venne convocata una commissione di cardinali per esaminare la situazione, e questa convinse il Papa a ritirare il proprio sostegno alla coalizione.
Prima, quindi, del 17 aprile, giunse la Circolare del 15 aprile inviata con il piego a tutti i Vicari della Diocesi Benevento, per raccogliere fondi per finanziare l’invio delle truppe a sostegno della guerra contro l’Austria.
I Vicari illustrissimi e reverendissimi avranno avuto il tempo di raccogliere dei fondi? O sarà invece arrivata rapidamente la notizia del dietro-front? Ma se invece avranno avuto il tempo di raccogliere fondi, che ne avranno poi fatto di quei fondi se non servivano più per finanziare la missione militare? Saranno andati a finanziare le panze di qualcuno?
Ai posteri l’ardua sentenza.
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