Dalla metà dell’Ottocento in poi si iniziarono a diffondere le edicole per la rivendita di giornali, così come (più o meno) le conosciamo oggi. Prima di allora giornali e riviste venivano distribuiti esclusivamente per posta. La diffusione capillare delle edicole non sostituì mai del tutto la spedizione per posta: ancora oggi esiste il servizio postale per abbonamento e ancora oggi molte riviste vengono diffuse in questo modo.
Non solo. Visto il massiccio uso della posta come veicolo per diffondere le stampe, all’epoca venne anche introdotta una specifica tariffa postale, “Stampe periodiche e giornali”, e nel 1862 venne addirittura emesso un francobollo specifico per le stampe.
Insomma, all’epoca l’informazione viaggiava per posta.
Non stupirà, dunque, l’oggetto postale protagonista dello sfizio di oggi, una copia della rivista “La Cronaca Turchina“, rivista politico-letteraria giunta al secondo anno e al numero 45 del 7 novembre 1869.
Motto era “Cuique suum tribuere“, ovvero a ciascuno il suo. Più che un motto, un avviso. E tra poco capirete anche perché.
La Cronaca Turchina fu un periodico bisettimanale fondato nel 1867, composto da 16 pagine (oltre la copertina), con formato 20×14 cm, con numerazione delle pagine continua per fascicolo.
Nel 1869 inglobò un altro periodico, il “Giornale americano“. Da quel momento divenne settimanale (usciva la domenica), era composto da 14 pagine, e il formato si ridusse prima in 18x12cm e poi in 15x10cm.
La sede, a Venezia, nel 1869 variò da San Luca, Campiello della Chiesa, n. 4036 a San Marco, Campo Canova, n. 1076. Era stampato dalla Tipografia Ripamonti Ottolini di Venezia.
Terminò le pubblicazioni nel luglio del 1870.
Direttore fu l’ex volontario garibaldino Augusto Tironi, mentre gli articoli erano firmati da diversi collaboratori: Dott. Sincero, Dott. Livello, Nomas, Sosia, Truth, Humbug, Cristoforo Colombo, Tom Puuce. Evidentemente alias di persone che non volevano apparire in prima persona, collaboratori quali Giusto Nariuto, Valerio Albino Liberto, Gioacchino Ferrario, Angelo Zambelli.
Trincerarsi dietro un alias era un modo per non essere direttamente additati vista la natura degli scritti che veicolava la rivista. Di ispirazione repubblicana, gli articoli vennero presto descritti come di una “violenza incredibile” nei riguardi del governo della dinastia regnante e delle autorità locali. Ben presto quindi fu fatta segno a continui sequestri.
Giusto per farsi un’idea, sia della rivista che del suo direttore, riporto quanto scritto da Francesco Giarelli alle pagine 299-300 della sua opera “Vent’anni di giornalismo (1868-1888)” edito a Codogno dalla Tipografia Editrice A. G. Cairo nel 1896.
«Un dì comico, un dì poeta della compagnia. Un dì attore, un dì direttore della Cronaca Turchina di Venezia: Augusto Tironi, forte, gagliardo, atletico e biondo, ad un coraggio personale che oltrepassava qualunque temerità univa un entusiasmo da innamorato per tutto ciò che democratico fosse. Diceva che nel suo cuore c’era posto per due adorazioni: della repubblica e della donna. La sua Cronaca Turchina era famosa per la violenza inaudita del linguaggio. Era un repertorio d’insolenze, un florilegio di apostrofi, un’enciclopedia di epiteli spaventevoli. Lo scandalo della Cronaca Turchina era uscito da Venezia e s’era allargato per tutto il Veneto. Duelli, processi, pugillati, condanne — non mancava nulla al quadro. Poi gli assalti salirono un po’ più in su. Certe allusioni ai tempi della Regia, in alto: certe altre ai così detti fatti del Tombolo: certe altre ancora ad una notissima contessa, oggi defunta, ma allora molto in vista, come colei che morganaticamente fu sposata da quel re per cui l’Italia fu monarchicamente una — fallo sta che Augusto Tironi sì tirò addosso una quantità di noie e di collere. Poi — negli ultimi tempi — si era lasciato andare un po’ troppo ai liquori. Di costituzione abbastanza affine all’inclinazione apopletica, molto soventi pareva un congestionato. Sentiva già la punta delle flammee lingue dell’alcool, che lo lambivano da ogni parte. Aveva degli intervalli strani e misteriosi. Scompariva per giorni intieri senza lasciar traccia di sé. Una di queste assenze si prolungò più che tutte le altre. E quando se ne riseppe qualche cosa, fu quando dietro un cespuglio del bosco di Stupinigi se ne rinvenne il cadavere, che mostrava la traccia di parecchie ferite. Si vuole che l’infelice fosse stato colto a vagare notturnamente in quei reali possessi e restasse silenzioso malgrado i ripetuti alt! chi va là! vociferatigli dagli agenti della forza in perlustrazione. Che allora gli agenti, eseguendo la consegna, gli facessero fuoco contro e lo stendessero morto… Altri affermano altro. Ad ogni modo, il fatto sta che il povero Augusto Tironi se n’è andato da questa terra, per violenza altrui, e senza che la luce, dopo tant’ala di tempo, siasi fatta intorno alla sua inesplicabile morte…»
Fa veramente specie apprendere dal sito www.unsecolodicartavenezia.it che di questo periodico attualmente sono stati reperiti solo due fascicoli, conservati presso le Civiche Raccolte del Museo del Risorgimento di Milano e la Biblioteca comunale Casa Carducci di Bologna.
Quello qui presentato è quindi un terzo fascicolo, non inventariato, di cui riporto tutte le pagine, così ognuno possa scegliere di leggerle o meno, e di farsi un’idea o meno.
In ogni caso, e per ricollegarci a quanto detto in premessa, affinché la rivista giungesse all’abbonato destinatario, a Napoli, venne spedita (come attestato dal bollo postale che annulla il francobollo) il 6 novembre 1869 alle 10 di sera, ed è regolarmente affrancata con un francobollo da 1 centesimo, tariffa per “stampe periodiche e giornali” in quel momento vigente.
Il destinatario, che se si interpreta correttamente quanto scritto dovrebbe essere “G. G. Meyere”, potrebbe riferirsi a Carlo Aselmeyer, spesso storpiato o trascritto nei vecchi registri come “Asel-Meyer” o “Meyere”, proprietario di Castello Aselmeyer, uno dei palazzi storici e monumentali più suggestivi di Napoli, situato lungo il Corso Vittorio Emanuele.










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