
Una delle più ovvie e banali regole del buon vivere civile è chiaramente l’educazione, valore che oggi, purtroppo, nel complessivo e crescente degrado culturale, è spesso considerato un optional della propria esistenza.
Senza voler qui lanciarci in pipponi moralistici che rischiano di rimanere fini a sé stessi, è pur vero che se io ti invio un messaggio (via mail, su Whatsapp, ovunque) mi aspetto una risposta: seppur minimale, seppur non immediata, seppur (aggiungete qui tutte le scuse/motivazioni possibili), ma almeno una risposta.
Invece non sempre questo oggi accade, e mi chiedo quale spiritello maleducato sia insediato nelle testoline di quelle persone che non rispondono.
Un tempo non era così. Un tempo si rispondeva sempre, anche solo per dire semplicemente “grazie” oppure “ricevuto”.
E, difatti, quando non si riceveva una risposta, il mittente andava in ansia, iniziava a pensare che era successo qualcosa di brutto, o peggio che il destinatario ce l’avesse con noi per qualche motivo.
Non era proprio contemplata la mancata risposta.
Se, quindi, oggi una mancata risposta rientra purtroppo nella normalità, se questo accadeva ottantaquattro anni fa diventava una notizia.
È quanto accadde con la classica eccezione che conferma la regola, la cartolina protagonista dello sfizio di oggi.
Si tratta di una cartolina con intestazione commerciale, e precisamente de L’Avvenire d’Italia, un quotidiano nazionale di ispirazione cattolica e gestione ecclesiastica, fondato a Bologna nel 1896, e che venne pubblicato sino al 1968 quando, per decisione della Conferenza episcopale italiana, venne fuso con un altro quotidiano, L’Italia, per formare l’attuale quotidiano cattolico L’Avvenire.
L’Avvenire d’Italia arrivò a contare ben diciassette edizioni locali (Marche, Toscana, Trento, Verona, Vicenza, Padova, etc), e una di queste aveva sede a Udine, ovvero quella indicata nell’intestazione della cartolina, in via Treppo n.3.
Il mittente, tuttavia, depennò l’intestazione commerciale e appose un timbrino personale che ci consente di venire a sapere le sue generalità che non sono per nulla quelle di uno sconosciuto.
Trattasi infatti di Gianfranco D’Aronco (1920-2019), politico e intellettuale che visse interamente a Udine e che contraddistinse la sua attività politica attorno all’indipendentismo friulano.
Nel 1947 fondò infatti con l’avv. Tiziano Tessitori e altri intellettuali friulani come Pasolini ed Ermacora il “Movimento popolare friulano per l’autonomia regionale”, mentre nel 2005 il “Comitât pe autonomie e il rilanç dal Friûl“.
Tuttavia, nel contesto di questo sfizio, le sue attività politiche non c’entrano nulla.
La cartolina è infatti indirizzata alla redazione di un altro giornale cattolico, Crociata missionaria, una storica rivista (quindicinale/mensile) cattolica italiana di azione e cooperazione missionaria pubblicata dalle Pontificie Opere Missionarie dal 1929 al 1969 quando, in pieno rinnovamento post-conciliare, la rivista cambia nome in Popoli e Missione, passando prima sotto la gestione dei Gesuiti e poi nella Conferenza Episcopale Italiana.
Pur essendo correttamente affrancata, non sappiamo se la cartolina abbia viaggiato o meno, non vi sono bolli o altri segni postali su di essa. E all’epoca ci stavano molto attenti, non come oggi. Ad ogni modo, si rimane nel dubbio.
Pochi dubbi invece vi sono sul motivo per cui D’Aronco scriveva alla redazione di Crociata missionaria. Leggiamo il testo.
«2.XI.42.XXI
Spett. Redazione,
in data 21/10 Vi inviavo due articoli di un mio conoscente: A. Vigevani: “Il Cattolicesimo in Finlandia” e “Croazia, baluardo orientale del Cattolicesimo”.
Non avendo ricevuto da parte Vostra riscontro, Vi comunico che ho passato detti articoli ad altro giornale che li ha pubblicati. Vi prego quindi di non tenerli in considerazione.
Distinti saluti.»
È sicuramente una comunicazione molto educata e rispettosa, D’Aronco dovrebbe essere arrabbiato per non aver ricevuto una risposta dalla redazione della rivista romana ma lui è contenuto, misurato, controllato.
Anzi, proprio la sua moderazione fa apparire la mancata risposta come ancora più grave.
Osservate tuttavia i tempi.
D’Aronco invia gli articoli il 21 ottobre, e il 2 novembre riscrive per dire che li ha passati ad altra rivista e che sono stati pubblicati. Quanto tempo ha atteso D’Aronco per una risposta da Crociata missionaria? Considerando i tempi tecnici per scrivere all’altra rivista, e di pubblicazione degli articoli, avrà atteso… quanto? Cinque giorni? Una settimana al massimo?
E secondo voi… ha fatto bene D’Aronco ad agire come ha agito, o poteva aspettare ancora qualche giorno?
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