OTTO SETTEMBRE: SOLDATI, PRIGIONIERI, CONCENTRATI, INTERNATI

OTTO SETTEMBRE: SOLDATI, PRIGIONIERI, CONCENTRATI, INTERNATI

Ieri, 20 settembre, è stata celebrata la Giornata Nazionale degli Internati Militari Italiani nei campi di concentramento tedeschi.
Internati Militari Italiani.
IMI.

Quella di oggi è una storia che abbiamo già raccontato.
Questo però non deve far desistere di raccontarla una seconda volta. E una terza. E una quarta.
È necessario, e sottolineo il termine “necessario”, che questa storia si racconti sempre, quando possibile, senza esitare.
È, direi, quasi un dovere etico. E togliete anche il “quasi”.

Come noto, l’8 settembre 1943, quando venne proclamato alla radio l’armistizio firmato tra l’Italia e gli Alleati cinque giorni prima a Cassibile, i soldati italiani non erano stati avvisati, non erano stati preparati, e non erano stati organizzati.
In poche parole, non avevano alcun ordine da eseguire, non avevano indicazioni, non avevano direttive. Nulla di nulla. Allo sbando più assoluto.

Della confusione del momento ne approfittarono i tedeschi che, armi alla mano, li rastrellarono, li disarmarono, li catturarono e li posero di fronte a un quesito: da questo momento in poi, vuoi combattere gli Alleati al nostro fianco?
Al fianco dei tedeschi significava anche al fianco dei fascisti della costituenda (23 settembre) Repubblica Sociale Italiana.

Se rispondevano NO per i tedeschi (e i fascisti) erano dei traditori.
Se rispondevano SÌ erano dei traditori per gli italiani fedeli al re.
A prescindere di come rispondevano, per qualcuno erano comunque dei traditori. Vennero posti in questa condizione senza nemmeno volerlo.

Al netto di coloro che per sfuggire all’aut-aut si diedero alla macchia, si stima che a quella domanda risposero in ottocentomila: tre quarti (circa 600.000) risposero NO, i rimanenti risposero SÌ.
L’otto settembre 1943 era ormai abbastanza chiaro a tutti che, ideologia fascista o meno, Mussolini aveva fallito e aveva condotto il Paese sul baratro di una guerra impossibile da vincere. Il fascismo aveva fallito.
Dei duecentomila che risposero SÌ alla domanda dei tedeschi vanno annoverati quindi tanti (impossibile dare un numero) soldati che così risposero per paura.

Coloro che risposero NO lo fecero in modo convinto, consapevoli che quel NO avrebbe comportato conseguenze terribili. Ma non potevano continuare quella guerra disastrosa, non con quell’alleato tedesco che, in fin dei conti, pensava solo a sé stesso.

600-650.000 uomini vennero quindi concentrati temporaneamente in Dulag (Durchgangslager), campi di smistamento e transito gestiti dalla Wehrmacht, in attesa di destinazione: Risiera di San Sabba a Trieste, Campo di Pescantina a Verona, Campo di Gries a Bolzano, Campo di Fossoli a Carpi, caserme militari a Firenze e Lucca, furono alcuni di quei luoghi.

La stragrande maggioranza degli uomini che rifiutarono di collaborare con il nazifascismo rimase in Italia solo per pochi giorni o settimane. Furono quasi tutti deportati nei lager tedeschi, Oflag (Offizierslager) se ufficiali, Stalag (Stammlager) se sottufficiali o soldati semplici.
Lì vennero picchiati, umiliati, derisi, sfruttati, uccisi.

E poi, siccome erano traditori (o per l’una o per l’altra parte), vennero dimenticati.
Per anni.
Per decenni.

A Mantova vennero istituiti tre campi di concentramento principali alle porte della città per gestire i militari italiani catturati dalle truppe tedesche: Dosso del Corso, riservato agli ufficiali; San Giorgio, destinato ai sottoufficiali e ai soldati che subirono durissimi maltrattamenti da parte delle SS; Gradaro, il campo più grande della zona, situato di fronte all’ex manicomio, per il transito e la detenzione dei soldati.

I cittadini di Mantova non rimasero indifferenti a quanto stava accadendo, anzi istituirono una fitta rete di mutuo soccorso coordinata principalmente da parrocchie, donne e operai.
Ogni giorno centinaia di mantovani ai margini dei campi lanciavano al di là del filo spinato viveri, coperte e vestiario.
Quei (pochi) militari che riuscivano a evadere dai campi trovavano immediata ospitalità tra la popolazione che li nascondeva nelle case, nelle stalle, nelle cantine o nelle soffitte, provvedendo al loro sostentamento e a procurare documenti falsi per evitare la cattura.

I Vigili del Fuoco, avendo regolare accesso ai campi, quelle vettovaglie le portavano con sé e di nascosto le distribuivano ai prigionieri. Non solo. Utilizzavano i propri mezzi per affiancare i treni o i camion carichi di prigionieri; approfittando della confusione o creando finti sbarramenti stradali, riuscivano a far saltare giù dai mezzi decine di soldati, nascondendoli nelle autopompe e fornendo loro le divise dei pompieri per far loro evitare la cattura.

Quando i treni piombati carichi di IMI sostavano nella stazione di Mantova o nei nodi ferroviari vicini diretti in Germania, i civili si ammassavano lungo i binari per passare cibo e acqua attraverso le feritoie dei vagoni, raccogliendo al volo i bigliettini con i nomi dei prigionieri per avvisare le famiglie a casa.

Ed è esattamente quanto accaduto alla Signora Lina di Castiglione Mantovano, frazione del comune di Roverbella (Mantova), ottantatré anni fa circa quando il 15 settembre 1943 scrisse la cartolina postale protagonista dello sfizio di oggi.
Si tratta di una comune cartolina postale di propaganda con la scritta VINCEREMO, indirizzata al Sig. Luigi a Remedello Sopra, frazione di Remedello, un comune in provincia di Brescia.
Sul fronte la Signora Lina appunta che la comunicazione riguarda suo figlio Arturo.
E questo è il testo.

«Di passaggio vostro figlio à potuto consegnare l’indirizo per darvi le sue notizie che si trova prigioniero in concentramento à Mantova. Saluti a nome suo.»

Glaciale.
Eppure vitale. In quei frangenti avere notizie era come bere direttamente alla sorgente di una fonte.
Per lo meno era vivo.
E già questo bastava.

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