Il viaggio di Stato di Adolf Hitler in Italia, nel maggio del 1938, segnò un momento cruciale per il consolidamento dell’Asse Roma-Berlino.
I due dittatori si erano già incontrati nel 1934 a Venezia, ma quell’appuntamento si era rivelato un fallimento diplomatico, non servì praticamente a nulla.
Le cose cambiarono radicalmente dopo la guerra d’Etiopia del 1935-1936 quando le sanzioni della Società delle Nazioni isolarono l’Italia da Francia e Regno Unito e praticamente spinsero Mussolini nelle braccia della Germania nazista che invece aveva sostenuto la campagna militare italiana.
La visita del 1938 nacque quindi con il preciso scopo politico di mostrare 1) al mondo la coesione dell’Asse, di quel blocco italo-tedesco che avrebbe messo a ferro e fuoco l’Europa negli anni a venire; e 2) al mondo e al Führer, la potenza militare dell’Italia fascista attraverso le imponenti parate organizzate per terra, per mare e per aria.
La visita di Stato ebbe inizio il 3 maggio quando il treno del Führer partito da Berlino arrivò in serata alla stazione di Roma Ostiense. Ad accoglierlo c’erano Mussolini, il re Vittorio Emanuele III, e il ministro degli esteri Galeazzo Ciano.
La delegazione tedesca, cui facevano parte circa cinquecento persone tra cui gli alti gerarchi Joseph Goebbels, Joachim von Ribbentrop e Rudolf Hess, venne ospitata proprio al Palazzo del Quirinale.
Il giorno successivo fu dedicato ai primi impegni istituzionali e simbolici nella Capitale, tra cui l’omaggio al Milite Ignoto al Vittoriano, una visita al Pantheon, un raduno giovanile a Centocelle e l’incontro con la comunità tedesca alla Basilica di Massenzio.
In serata la delegazione lasciò Roma per dirigersi in treno verso Napoli, dove giunse (dopo una lunga sosta per il sonno) nella mattinata dell’indomani.
Il 5 maggio la delegazione si recò al porto di Napoli per imbarcarsi sulla corazzata Cavour e quindi assistere a una maestosa rassegna navale nel golfo partenopeo.
Il regime fascista schierò duecento unità, tra navi da guerra, sommergibili e i velocissimi MAS, per impressionare gli ospiti e ostentare la grandiosità della flotta italiana.
La giornata napoletana si chiuse poi con un pranzo di gala a Palazzo Reale e una serata all’opera al Teatro di San Carlo.
Il 6 maggio, di ritorno a Roma, fu il momento della dimostrazione di forza terrestre: una parata militare con trentamila soldati e quattrocento carri armati sfilò in via dei Fori Imperiali davanti ai massimi vertici dei due regimi. Subito dopo, Hitler e Mussolini visitarono in via Nazionale la Mostra Augustea della Romanità, allestita per celebrare il passato imperiale di Roma, e in serata assistettero al carosello dei Carabinieri a piazza di Siena.
Il giorno dopo continuarono le visite: Terme di Diocleziano, cantiere dell’Ara Pacis, galleria d’arte di Villa Borghese.
Ma il momento più importante della giornata fu la sera, durante il banchetto ufficiale a Palazzo Venezia: qui Hitler pronunciò un discorso decisivo, rassicurando ufficialmente Mussolini sul fatto che la Germania avrebbe pienamente rispettato i confini alpini italiani.
L’8 maggio l’attenzione tornò sulle dimostrazioni di forza bellica. Presso l’aeroporto di Furbara, le autorità assistettero alle spettacolari esercitazioni della Regia Aeronautica, che compresero acrobazie aeree e simulazioni di bombardamento sul mare.
Successivamente, la delegazione si spostò a Santa Marinella per seguire una manovra tattica sul campo del Regio Esercito, prima di pranzare al castello dei principi Odescalchi.
La giornata si chiuse poi a Roma con una manifestazione giovanile allo Stadio Olimpico.
L’ultima tappa del viaggio fu Firenze, raggiunta il 9 maggio. Hitler salutò il re a Roma e partì in treno, trovando Mussolini ad attenderlo alla stazione di Santa Maria Novella. Nel capoluogo toscano il programma alternò momenti di raccoglimento, come la sosta alla Cripta dei Caduti a Santa Croce, a eventi della tradizione locale, come i giochi storici regionali nel Giardino di Boboli.
Non mancò una vasta immersione culturale tra Palazzo Pitti, la Galleria degli Uffizi e Palazzo Vecchio, dal cui balcone i due dittatori si affacciarono per salutare la folla in Piazza della Signoria.
L’intenso tour di quasi sette giorni si concluse la sera stessa, quando il cancelliere si congedò da Mussolini e prese il treno per tornare a Berlino.
La visita servì a Hitler per consolidare l’accordo con l’Italia, ma servì anche per chiarirsi su ruoli e persone.
Sebbene vi fossero stati scherni e risate su “Sciaboletta“, come era ironicamente chiamato Vittorio Emanuele III per via della sua bassa statura (1.53m; appunto, gli venne fornita una sciabola più corta per evitare di strusciare per terra), e sebbene nei filmati d’epoca dell’Istituto Luce lo si vede sempre serio e corrucciato, il re non perse occasione per rimarcare il suo ruolo.
Sebbene Hitler fosse stato invitato da Mussolini, e sebbene Hitler avesse voluto trascorrere tutto il tempo in compagnia del Duce, quella era una visita di Stato, e quindi lo “Stato” non era il Partito Nazionale Fascista ma era Casa Savoia. E come il buongiorno si vede dal mattino, quella piccola sottigliezza la si comprese chiaramente sin dalle prime battute: a salutare per primo Hitler mentre metteva piede la prima volta alla Stazione Ostiense fu il re, non Mussolini.
Vittorio Emanuele III pretese l’applicazione della più rigida etichetta e fece quindi rimuovere da qualsiasi vessillo presente nelle parate ufficiali i simboli del littorio, lasciando solo quelli dei Savoia. Non fu solo una sottigliezza: fu un gesto assertivo d‘imposizione, a voler rimarcare a tutti i costi i ruoli. E Hitler non fece a meno di notarlo.
E poi non si poterono non notare gli assenti, i grandi assenti.
Anzitutto il Papa. Pio XI era in rotta con la Germania già da tempo a causa dell’ostilità che il Führer nutriva verso le religioni, a suo dire incompatibili con il regime.
Pio XI pretese quindi che la delegazione in visita in Italia chiedesse formalmente un incontro con lui, cosa che non avvenne. Contrariato, Pio XI fece “sigillare” il Vaticano (difatti Hitler non poté visitarlo) e si trasferì a Castel Gandolfo dove ebbe a dire l’emblematica frase: «Tristi cose avvengono, sventola su Roma l’insegna di un’altra croce, che non è la croce di Cristo».
Sarà stato un caso (non fu mai chiarito), ma Pio XI nove mesi dopo, il giorno prima dell’emissione di un’enciclica che (pare, non se ne è mai ufficialmente saputo nulla) prendeva posizioni nette e dure contro l’antisemitismo, misteriosamente morì. Medico personale del Papa era Francesco Petacci, papà di Claretta, l’amante del Duce. E se due più due fa quattro…
Altri grandi assenti furono il grande asso dell’aviazione Italo Balbo, governatore della Libia, e Dino Grandi, all’epoca ambasciatore italiano a Londra.
Entrambi critici verso Mussolini e il suo avvicinamento alla Germania, in quei giorni erano assenti da Roma (Balbo in viaggio verso il Kenya, Grandi a Londra). E l’assenza di Balbo si notò soprattutto l’8 maggio, alle esercitazioni aviatorie a Furbara.
Da tutto ciò Hitler comprese che Mussolini era meno forte di quanto desse a vedere. Mentre in Germania il Führer godeva di un potere assoluto su ogni assetto dello Stato, in Italia Mussolini aveva poteri limitati, l’Italia era una monarchia, l’esercito aveva giurato fedeltà al Re e non a Mussolini. Sebbene Hitler avesse suggerito al Duce di disfarsi di quel “piccolo re”, la visita del ’38 fece comprendere al Führer che Mussolini non l’avrebbe mai potuto fare.
Questa differenza influì molto sulle decisioni tedesche e sul trattamento, mai paritario, che la Germania mostrò dell’alleato italico, quasi sempre a rimorchio del panzer tedesco.
Chi comandava il gioco era Hitler, non erano Hitler e Mussolini.
Ma pur cosciente di ciò, Hitler aveva bisogno dell’alleato fascista, non avrebbe potuto fare tutto da solo. In quei giorni, in quei festosi e al contempo terribili giorni, si stava suggellando quell’alleanza militare, quel patto d’acciaio che ben presto avrebbe portato i due Paesi alla Seconda guerra mondiale, con tutti i suoi orrori che ben conosciamo.
Quella settimana furono giorni necessari. Giorni funzionali. Mussolini era al suo fianco, e Hitler rientrò a Berlino soddisfatto.
Questa lunga contestualizzazione storica si è resa necessaria per presentarvi il documento postale di oggi, un documento a mio avviso eccezionale visto il contesto.
Si tratta di una banale cartolina illustrata con un acquerello di Castel Sant’Angelo, nulla di importante (non la riporto nemmeno). Ciò che importa è ben altro, e non è sul lato illustrato.
La cartolina è infatti spedita da Roma ed è datata 3 maggio 1938, giorno in cui arrivò nella Capitale Adolf Hitler.
Non a caso, il francobollo (in corretta tariffa per l’estero, 75 centesimi) venne annullato da uno speciale timbro meccanico che i collezionisti chiamano “a targhetta” e che venne allestito dalle Regie Poste per celebrare l’importante avvenimento.
All’interno del rettangolo troviamo scritto in alto a destra “3 – 9 MAGGIO 1938-XVI”, e al centro in grande “FVHRER – DVX” separati da un grande fascio littorio sormontato da una stella (come fosse un faro nella notte) e al centro la svastica nazista.
Questa targhetta venne affiancata da diversi bolli datario circolari a sinistra, in funzione dell’ufficio postale in cui venne utilizzata: Firenze arrivi distribuzione, Firenze ferrovia, Napoli distribuzione, Napoli ferr. corrispondenze, Roma Appio, Roma centro, Roma distribuzione, Roma ferrovia, Roma Nomentano, Roma Ostiense, Roma Prati.
La cartolina è scritta in “Deutsche Kurrentschrift“, o semplicemente “Kurrent“, un’antica forma di scrittura corsiva tedesca basata sulla corsiva gotica, usata dal XVI secolo fino alla metà del XX secolo.
Il mittente però non si è preoccupato di scrivere in modo ordinato e leggibile, la sua grafia è davvero pessima.
Non è stato quindi semplice procedere con la trascrizione e la successiva traduzione. Per questo devo appunto ringraziare di cuore l’amico Stephan Jürgens e suo papà, insegnante in pensione. Riporto di seguito entrambe.
«Ihr Lieben! Aus der ewigen Stadt zu sein erfreut beson(d)ers u. interessanten Tagen mit unvergleichlichen Eindrücken(.) Euch die herzlichsten Grüße. Morgen ist Flottenparade in Neapel. Nochmals herzliche Grüße Stets in Li(e)be Euer Gerhart».
«Cari amici! Mi trovo nella Città Eterna in questi giorni particolarmente piacevoli e interessanti, ricchi di impressioni incomparabili(.) Vi mando i miei più calorosi saluti. Domani ci sarà la parata navale a Napoli. Ancora calorosi saluti. Sempre con affetto, il vostro Gerhart».
La cartolina è indirizzata a:
«Herrn und Frau
Freikirchenrat Dr. Engel
Kassel / Hessen
Schartenbergstr.(aße) 25»
Ovvero:
«Al signor e alla signora
Dr. Engel, libero consigliere ecclesiastico
Kassel / Assia
Schartenbergstrasse 25»
Kassel è una popolosa città ubicata sulle sponde del fiume Fulda, nello stato federato dell’Assia, in Germania.
Il “Kirchenrat” nella Chiesa luterana e in quella riformata tedesca è un grado ecclesiastico superiore a quello semplice di “pastore” ma inferiore a quello di “vescovo”. La traduzione più corretta dovrebbe quindi essere “consigliere ecclesiastico”.
Il mittente era quindi a Roma durante la visita del Führer!
La cartolina, come detto, è datata 3 maggio, ma il bollo postale è del 5 maggio. Il mittente, tuttavia, dice che “domani ci sarà la parata navale a Napoli“, e la parata avvenne il 5 maggio. Per cui, dando per corretta la data del bollo postale, la cartolina è stata manoscritta il 4 e non il 3 maggio.
Probabilmente il mittente, eccitato da quanto stava avvenendo attorno a lui, fece confusione e sbagliò giorno.
Gerhart faceva parte della delegazione tedesca? O era uno dei tantissimi semplici visitatori che in quei giorni giunsero a Roma da ogni dove?
Non vi sono evidenze che possano farci propendere per la prima ipotesi, per cui la seconda ipotesi rimane la più plausibile per quanto, appunto, un’ipotesi.
Sta di fatto che la propaganda fascista parlò di “enormi masse oceaniche“, visibili anche nei filmati dell’epoca. Uomini, donne e bambini esaltati da quei momenti, quasi in trance, in preda ad un’allucinazione collettiva.
Evidentemente, Gerhart, sopraffatto da “impressioni incomparabili“, era lì in mezzo.
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