MIA BUONA E CARA FORTUNATA…

MIA BUONA E CARA FORTUNATA…

Quante volte abbiamo detto, o anche solo pensato, che oggi non si scrive più come una volta?
Tanto abituati a vivere dentro un social, ci siamo dimenticati di quando si inviava una cartolina dal luogo di vacanze, di quando ci si dava appuntamento con una cartolina, o di quando si scriveva semplicemente una lettera.

Ma la cosa peggiore è che ci siamo dimenticati anche di come si tiene in mano una penna. I pollici viaggiano velocissimi sui display degli smartphone, ma se alla stessa persona chiedi di firmare un documento prima ci pensa un po’ su, quasi a valutare se è in grado di soddisfare la richiesta o meno; poi, presa la penna, sembra che tenga in mano una bomba atomica al posto della biro; e con quella mano firma tutta tremolante e incerta.

Ora… Lungi da me demonizzare o parlare negativamente dei social, di Internet e via discorrendo: dove siamo qui, se non su Internet?
Però è anche vero che l’evoluzione che ha portato tutto questo, come tutte le evoluzioni ha i suoi aspetti positivi e quelli negativi.

Se certe abitudini sono oggi scomparse, per fortuna non sono scomparsi i testimoni di quei tempi. E mi riferisco, ovviamente, ai documenti postali che sono sempre i protagonisti di Sfizi.Di.Posta.

Oggi diamo voce a una tenerissima lettera che venne spedita da Trento il 9 settembre 1920, oltre cent’anni fa. Ermete, il mittente, scrive alla gentilissima Signorina Fortunata, abitante a Mezzolombardo, borgo in provincia di Trento ubicato nella pianura Rotaliana.
Ed ecco il testo.

«Mia carissima Fortunata!
Grazie infinite della tua visita di martedì u.s…. mi fu veramente graditissima… puoi immaginarlo…
Ma altrettanto dolorosa mi fu la tua partenza, il tuo distacco… e la tua lontananza……..
Alle 5 ¼ ho sentito il tram che se ne andava portandoti via… corsi alla finestra… Ti mandai un saluto… ed un bacio… poi, più nulla… Solo nostalgia.
Perdonami sai se non ti accolsi come di dovere, come veramente meritavi, mia buona e cara Fortunata, d’averti detto tante e tante sciocchezze, che forse t’avranno fatto tribolare, e metterti il cuore in pena…
Io sono rimasto… non so come al racconto del fatto di quelle carte, di quella predizione…
E se il destino fosse proprio così? Oh! Allora dovresti uccidermi ancora subito… Risparmieresti almeno un dolore immenso a Te ed un grande rimorso a me…
Dovrei imprecare contro il destino che non mi distrusse in tempo, per serbarmi un calice amaro, amaro alla fine…
In poche parole mi auguro la morte subito piuttosto che avessero ad avverarsi quelle profezie…
Questi sono i miei presenti sentimenti…
Di più non m’allungo su questo argomento, essendomi una cosa assai penosa…
Mi sembra ancora lontana domenica… ma pazienza, arriverà anche quella.
Ti ringrazio poi delle uova… che nonostante le mie proteste tu vorrai procurarmi lo stesso.
Vedo il tuo buon cuore, proprio quello che una volta ho osato sognare, sebbene indegno…
Spero poi anche che le dicerie sulla nostra sistemazione si avverino e presto. Con tali speranze ed in altre ancora più rosee passo i giorni in dolce ma febbrile attesa… lavorando.
Risparmio le parole adesso per dirtele invece domenica a voce…
T’augura ogni bene colui che in ogni momento Ti ricorda e immensamente t’ama.
Ermete tuo eternamente.
Saluti ai tuoi genitori e miei zii.»

Ricordo a chi legge che siamo nel 1920, quando in Italia (in quel momento) il tasso di analfabetismo era del 35% circa della popolazione.
E che, del rimanente 65%, sicuramente pochi erano coloro che sapevano scrivere in questo modo.

Sì, perché, va detto anzitutto che la missiva è scritta in un italiano perfetto, ricercato, senza nemmeno un errore. Ermete, a Trento, sicuramente aveva studiato e sicuramente scriveva. Un secondo elemento che fa pensare a questo è anche la sua calligrafia, chiara, pulita, senza sbavature, ordinata.
Certo, fa un uso smodato dei puntini di sospensione, ma questo si lega più a un secondo aspetto, non tanto quello dell’erudizione ma del suo carattere.

Leggendo il contenuto della missiva notiamo un Ermete sicuramente innamorato perso della sua Fortunata, ma di un pessimismo cosmico che Leopardi deve mettersi da parte!

Focalizzandoci sulla prima parte della lettera, infatti, che diamine mai sarà quella predizione che ha lasciato Ermete nello sconforto più nero, tanto da augurarsi addirittura la morte?

Lui e Fortunata, mentre erano insieme, sono andati a farsi fare le carte da una cartomante, forse?
E che avrà detto mai, questa cartomante?

La prima cosa a cui ho pensato leggendo la lettera, a sensazione, è che la cartomante abbia predetto un futuro caratterizzato da un tradimento di lui. Questo spiegherebbe il “dolore immenso” a Fortunata e il “grande rimorso” a Ermete.

Oppure?
Tutte le ipotesi sono aperte, e invito tutti i lettori di Sfizi.Di.Posta a formulare la propria!

Una brevissima nota la merita l’annullo postale.
Ricordo brevemente che i primi di novembre del 1918 avvenne lo sfondamento delle linee austroungariche, con la decisiva vittoria di Vittorio Veneto, e il 3 novembre Trento e Trieste vennero occupate dai soldati italiani.
Il passaggio ufficiale di Trento all’Italia avvenne il 10 settembre 1919, con il Trattato di Saint-Germain-en-Laye.

In queste zone, ovviamente, i bolli postali italiani non vennero forniti all’istante. Sebbene, quindi, fosse già obbligatorio affrancare la corrispondenza con francobolli italiani, per quanto attiene gli annulli vennero riciclati quelli austriaci e utilizzati per un certo periodo.

Non si mancò, però, di “italianizzare” questi bolli. Se si nota, infatti, la parte superiore del doppio cerchio è vuota, ma in origine non era così perché vi era riportata la versione tedesca del nome della città, in questo caso “TRIENT”. Il timbro venne scalpellato, rimuovendo il nome tedesco e lasciando solo quello italiano.

Ma torniamo al nostro Ermete depresso dalla cartomante…
Ecco, uso anche io i puntini di sospensione, mi ha contagiato!
Però, senti a me, Ermete… Hai presente quelle uova che Fortunata ti porterà domenica prossima?
Ecco, fai una cosa. Prendine 3-4, metti il solo rosso in un bicchiere, un po’ di zucchero, e inizia a sbattere. Butta giù. E vedi di riprenderti!

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