UNA CARTOLINA DEL 7 SETTEMBRE 1943

UNA CARTOLINA DEL 7 SETTEMBRE 1943

L’8 settembre 1943, come noto, segna un punto di svolta nel secondo conflitto mondiale.
Ma quel giorno, l’8 settembre, fu soltanto l’ultimo atto di una serie di importanti eventi preparatori e che vale la pena riassumere.

La sera del 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approvò con 19 voti a favore (tra cui oltre il promotore, il presidente della Camera Dino Grandi, anche Luigi Federzoni, Giuseppe Bottai, persino il genero del Duce, Galeazzo Ciano), 8 contrari e un astenuto la mozione di sfiducia a Mussolini e lo scioglimento del partito fascista.
L’indomani, Vittorio Emanuele III affidò a Pietro Badoglio l’incarico di formare un nuovo governo, e nel pomeriggio dello stesso giorno Benito Mussolini venne arrestato.

Nei giorni successivi si avviarono le trattative con gli Alleati che, dopo un avvio tentennante a causa dell’impreparazione italiana, portarono a un accordo.
Il luogo deputato dove trattare la pace fu Lisbona dove l’inviato da Roma, il generale Giuseppe Castellano, accompagnato dal console Franco Montanari (che faceva anche da interprete), incontrò l’Ambasciatore britannico Ronald Campbell, il generale statunitense Walter Bedell Smith e il generale britannico Kenneth Strong.
Gli Alleati accettarono la resa impegnandosi a non occupare militarmente l’Italia.

Venne quindi stabilito il luogo e il giorno della firma della resa: il 3 settembre a Cassibile, frazione di Siracusa, in contrada Santa Teresa Longarini.
L’armistizio venne firmato da coloro che in prima persona avevano trattato la resa, i generali Giuseppe Castellano per l’Italia e Walter Bedell Smith per gli Alleati.

La resa agli Alleati era incondizionata, ma solo di questo si trattava, non di dichiarazione di guerra alla Germania, e questo per evitare che i tedeschi da alleati diventassero automaticamente nemici.
Ovviamente, come si vedrà, speranza vana.

A tal proposito, il 2 settembre il generale Mario Roatta, capo di Stato maggiore del Regio esercito, aveva predisposto e firmato un documento che passò alla storia come “Memoria OP 44”, ovvero Ordine Pubblico protocollo n.44, che venne inviato in 12 copie (tutte distrutte dopo essere state lette) ai soli comandi territoriali, ai comandi d’Armata in territorio italiano e i capi di Stato maggiore delle tre Armi.
In tale documento si stabilivano le azioni da tenersi in risposta alla probabile reazione tedesca non appena l’armistizio fosse divenuto pubblico.
La OP 44 prevedeva solo la reazione: non era impartita alcuna iniziativa preventiva, lasciando così di fatto l’iniziativa ai tedeschi. Non solo. La messa in atto della OP 44 doveva avvenire in conseguenza di un ordine dello Stato Maggiore da inviarsi mediante apposito fonogramma. Fonogramma che, ovviamente, non venne mai inviato.

La firma dell’armistizio rimase quindi segreta per cinque giorni in virtù della clausola che la stessa sarebbe diventata pubblica soltanto al momento della proclamazione al popolo dell’armistizio stesso.
E così infatti avvenne. Nessuno venne informato: soldati, ufficiali, nessuno sapeva nulla.

Il pomeriggio dell’8 settembre 1943, alle ore 18:30 italiane, il generale statunitense Dwight Eisenhower ruppe gli indugi e dai microfoni di Radio Algeri trasmise il proclama in lingua inglese.
A quel punto, alle 19:42, il primo ministro Pietro Badoglio dalla sede dell’EIAR trasmise lo stesso annuncio in lingua italiana.

Questi i fatti.
Ma andò proprio così?
I soldati davvero non sapevano nulla?

Per rispondere a questa domanda non ci affidiamo a un sentito dire, a informazioni riportate o interpretate.
Per rispondere a questa domanda faremo parlare un documento, il documento postale protagonista dello sfizio di oggi.

Si tratta di una cartolina postale per le forze armate, in franchigia, esente da tassa, di quelle che venivano fornite ai soldati per scrivere gratuitamente a casa.
Di queste cartoline, stampate sempre su carta azzurrina, ne esistono svariate versioni, spesso con messaggi di propaganda e/o di incitamento alle truppe, come in questo caso, con un messaggio a firma di Mussolini.
Il mittente, tuttavia, con una doppia fila di XXXXX, ha depennato il cognome del Duce.
Come, del resto, venne scalpellato (lo si vede da quella macchia inchiostrata di nero) dal timbro postale l’anno in numeri romani dell’era fascista che era originariamente riportato dopo l’anno del datario.

La cartolina venne inviata dall’ufficio di Posta Militare n.43 (assegnato al Comando I Corpo d’Armata di stanza a Grasse, in Francia, nei pressi di Cannes, con compiti di difesa costiera) il 7 settembre 1943, il giorno prima dell’annuncio dell’armistizio.
Chi scrive è il Caporal Maggiore (terzo e più alto grado di truppa) Cosimo Bardi, chi riceve è la sua mamma a Montepulciano (Siena).

Il messaggio è scritto con la macchina da scrivere in un perfetto italiano:
«Cara mamma, ti scrivo a macchina per far prima poiché la posta sta per partire. Si comincia a sperare, se la situazione lo permetterà, nella licenza per gli esami poiché è venuta la disposizione per le centurie Lavoratori, che sono militarizzate, quindi speriamo bene. Il 20 novembre inizia il corso allievi uff. e, se le cose andranno bene, ci potrò andare anche io, il corso finisce il 28 febbraio. Prima di venire in ufficio sono passato dal babbo perché aveva un po’ di vino da darmi. Ho scritto una cartolina alla Berciona. Lo studio prosegue discretamente nei momenti liberi. Saluti anche ai Niccolai. Tante care cose, Mino»

È un messaggio di colui che sa cosa sta per accadere?
Tutt’altro.
Anzi, da quanto scrive pianifica il futuro come se nulla debba accadere. Il vino preso del babbo, la possibile licenza, il corso per diventare ufficiale, la fretta di scrivere a macchina per impostare quel giorno: nulla che faccia pensare alla resa e alla firma dell’armistizio.

Le truppe davvero non sapevano nulla.

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