Mille volte si è detto e si è discusso dei militari impegnati durante la Seconda guerra mondiale.
Ci fu chi ha accettato subendo e senza potersi sottrarre ad una guerra spesso non cercata e voluta, come alcuni militari di leva; ci fu chi scelse di arruolarsi per pressione sociale, o per la convinzione di dover difendere la propria famiglia o per migliorare le condizioni economiche, spesso precarie, della propria famiglia; ci fu chi scappò, nascondendosi nei posti più disparati o fuggendo all’estero; e ci fu chi invece entusiasticamente scelse di farlo per ideologia o patriottismo.
Sta di fatto che, indipendentemente dalla motivazione iniziale, le condizioni di vita e di combattimento furono estremamente dure per tutti, e tutti dovettero affrontare le conseguenze della guerra, chi con la prigionia in paesi stranieri, chi in un ospedale a curarsi le ferite, chi sotto terra in un camposanto.
Leggendo il testo della cartolina protagonista dello sfizio odierno non vi sono dubbi a dire a quale categoria di soldati appartenessero coloro che firmarono questa missiva.
Ma andiamo con ordine.
Si tratta di una cartolina postale in franchigia per le forze armate, di quelle fornite alle truppe al fronte per scrivere gratuitamente a casa. Queste cartoline spesso riportavano frasi di propaganda o di incitamento alle truppe, oppure come in questo caso commemoravano un combattente caduto con l’onore delle armi.
Nel caso specifico, la camicia nera Aldo Spagnolo, medaglia d’oro al valore militare, morto sul fronte greco nel 1941 e distintosi per il suo carattere temerario.
La cartolina venne spedita dal caporale Umberto del XXVII Gruppo d’Artiglieria da Campagna il 7 marzo 1943. La cartolina reca il bollo in partenza della Posta Militare n.6, non un ufficio qualsiasi…
La Posta Militare n.6, istituita a giugno del 1940, il 10 giugno 1942 partì a seguito delle truppe con destinazione Makeievka, Russia, nei pressi di Doneck, ed era assegnata al Comando 8a Armata che inquadrava il II Corpo d’armata con le divisioni di fanteria “Cosseria”, “Ravenna” e “Sforzesca”, il Comando del Corpo d’armata Alpino con le divisioni alpine “Cuneense”, “Julia” e “Tridentina”, e il XXXV Corpo d’armata CSIR.
A luglio del 1942 i reparti sono impegnati nell’offensiva sul Donez; ad agosto nella prima battaglia del Don; a settembre nella seconda battaglia del Don; a dicembre nella terza battaglia del Don.
Abbiamo a che fare con soldati in primissima linea sul fronte russo.
A conclusione della terza battaglia del Don, con l’ennesima vittoria dei russi, le truppe si ritirarono da quel fronte, e a metà gennaio 1943 iniziò il ripiegamento con violenti combattimenti nei pressi di Malakijeva, Nikitovka, e soprattutto Nikolajevka.
La nuova destinazione è la base di Gomel dalla quale il 28 marzo 1943 vennero rimpatriati con destinazione nord Italia.
Il morale dei soldati doveva quindi essere sotto le scarpe, no?
No.
Tutto il contrario.
Sentite un po’ che scrive il caporale Umberto, ma prima di passare al testo osserviamo il destinatario. Chi è, la mamma? Il papà? La famiglia?
No.
S. E. Benito Mussolini, Capo del Governo, Roma.
Ed ecco il testo:
«Duce
I componenti del Comando XXVII Gruppo Vi esprimono la piena fiducia nei destini della Patria e la certezza assoluta della immancabile Vittoria. La primavera si avvicina e noi siamo pronti a fare la Marcia su Mosca.
Dai nostri petti irrompe il grido
“Vinceremo”
Cap.le… Artg… Cap.le… Artg…»
e sei firme di altrettanti caporali e artiglieri.

Non entro troppo nel dettaglio, ma è chiaro come il sole che questa cartolina è un pezzo di Storia.
I russi avanzavano, le truppe italiane ripiegavano e contavano centinaia e centinaia di vittime, eppure in quegli uomini vi era ancora la convinzione che la guerra sarebbe stata vinta e che avrebbero marciato su Mosca!
E’ incredibile (ma vero, questa cartolina lo testimonia) come l’ideologia e l’amor patrio possa invadere completamente il cervello di un soldato sino a fargli vedere il contrario della realtà.
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