VOTAZIONI ELETTORALI CENT’ANNI FA

VOTAZIONI ELETTORALI CENT’ANNI FA

Tra pochi giorni si vota.
Ovviamente e scontatamente, come direbbe “Cetto la qualunque”, Sfizi.Di.Posta si astiene totalmente da qualsiasi commento in merito dal momento che questa rubrica si occupa di storia e di storia postale, non certamente di politica.

Eppure un legame stavolta c’è, ma è sempre relativamente a un documento postale, quello che mostriamo oggi.

Do per scontato che il lettore sappia come avvengono oggi le operazioni di voto: seggio elettorale, cabina elettorale, certificato elettorale, scheda elettorale, matita, urna, etc. Non credo di dovermi dilungare oltre.
Ma in passato, ad esempio cent’anni fa, come avvenivano le votazioni elettorali?

Sino al 1913 il diritto di voto era a suffragio teoricamente largo: 21 anni era il limite minimo, ma di fatto ristretto solo agli uomini e solo ai militari e alle classi più istruite (anche solo tramite il corso elementare inferiore) e agiate (imposte dirette pagate annualmente non inferiori a Lire 19,80).

Le elezioni politiche del 26 ottobre e 2 novembre 1913 si svolsero con l’applicazione della riforma elettorale approvata con la Legge 30 giugno 1912 n. 666 e con il successivo Regio Decreto 26 giugno 1913, n. 821 (Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.176 del 29.07.1913), in vigore dal 13.08.1913.

Con la riforma si cercò di rendere il suffragio più universale, allargando il diritto al voto ai cittadini maschi di oltre 30 anni anche se analfabeti.
Le donne continuavano a non avere diritto di voto.

Questo ampliamento significava, in termini numerici, un passaggio da 2,93 a 8,44 milioni di elettori, ovvero dall’8,3% al 23,2% della popolazione.
Si poneva però il problema di consentire anche agli analfabeti la possibilità di voto, e una scheda elettorale di solo testo rischiava di invalidare ogni sforzo.

Per risolvere la questione, venne ideato un nuovo sistema di votazione.
Il presidente di seggio consegnava all’elettore una busta, aperta, bianca all’esterno e colorata all’interno, e un blocchetto di schede di cartoncino, di dimensioni 12 x 12 cm, riportanti ciascuna l’effige di un candidato (nel caso di elezioni, ad esempio, a sindaco) o il simbolo di un partito e quattro righe per indicare eventuali preferenze.

In tal modo, nel segreto della cabina elettorale, l’elettore doveva soltanto annullare la scheda con la propria preferenza e nulla di più.
Quindi, inseriva la scheda nella busta e la sigillava.

Le schede non utilizzate le cestinava imbucandole in un’apposita urna presente all’interno della cabina elettorale, mentre la busta chiusa contenente la scheda di voto la consegnava al presidente di seggio che ne controllava l’integrità e la imbucava in una seconda urna presente sul tavolo del seggio elettorale.

Al momento dello spoglio, lo scrutatore rompeva l’apposita fascetta/sigillo (riportante il numero della Legislatura per la quale si stava votando e/o un’apposita etichetta dentellata simile a un francobollo) e apriva la busta lungo una perforazione rettangolare. Così facendo si creava sulla busta una sorta di finestra del diametro di 6.5cm attraverso la quale lo scrutatore poteva visionare soltanto la porzione centrale circolare della scheda e quindi leggere il voto.

Ho cercato di sintetizzare al massimo, ma tutto ciò è accuratamente descritto nel testo di legge del 1913 di cui sopra, e in particolare agli artt. 59, 79 e negli allegati A e B al medesimo che, in modo grafico, ne facilitano la comprensione.

Queste schede vennero utilizzate per le elezioni politiche nazionali del 1913, del 1919 e del 1921; già da quelle del 1924 si adottò una scheda elettorale simile a quella odierna.
Quanto sin qui detto può essere meglio compreso osservando le immagini qui allegate.

Nelle prime due immagini possiamo osservare due schede di voto, di dimensione 12×12 cm, come prescritto dalla normativa.
E’ possibile osservare che, oltre a delle preferenze, sono presenti dei simboli.
Lo scudo crociato con la scritta LIBERTAS era il simbolo del Partito Popolare Italiano, mentre quello con la falce e martello era il simbolo del Partito Socialista Italiano: nelle prime decadi del ‘900, i due più importanti partiti italiani.

Confrontando le immagini di archivio delle schede del 1913, 1919 e 1921, posso asserire senza ombra di dubbio che queste due schede afferiscono alle elezioni politiche del 1921, che si svolsero il 15 maggio.

In quell’occasione, grazie ad una nuova riforma elettorale approvata con Regio Decreto 2 settembre 1919, n. 1495 (Gazzetta Ufficiale n.211 del 4.9.1919), l’età degli aventi diritto al voto (sempre comunque solo di sesso maschile) scese per tutti (anche se analfabeti) a 21 anni.

Quell’anno, il Partito Socialista Italiano raccolse 1.631.435 voti, ovvero il 24,69% e 123 seggi, mentre il Partito Popolare Italiano si attestò a 1.347.305, ovvero il 20,39% e 108 seggi.

Al terzo posto, con 1.260.007 voti, il 19,07% e 105 seggi, entrò prepotentemente in Parlamento un’aggregazione di destra che si presentò alle elezioni, sotto proposta giolittiana, con il nome di “Blocchi Nazionali”.
Tra gli eletti anche Benito Mussolini.

Vale la pena ricordare che l’anno dopo la destra marciò su Roma, e che alle successive elezioni tutte le forze di destra convergeranno nella Lista Nazionale, o “Listone”, aggregazione che ovviamente vincerà le elezioni del 1924 con il 60.09% delle preferenze.
Il resto, è storia.

Nella terza e quarta immagine è possibile visionare recto e verso della busta che si utilizzava per inserire la scheda votata e che poi andava inserita nell’urna di voto.
Come è possibile osservare, l’etichetta presente sulla fascetta identifica questa busta come relativa alla XXVII Legislatura, ovvero alle elezioni del 1924.

Ma non abbiamo appena detto che nel 1924 il sistema di voto cambiò, con l’utilizzo della scheda che si ripiegava su sé stessa, come quella odierna?
Perché mai, quindi, vi è l’etichetta delle elezioni del 1924 sulla busta utilizzata nei sistemi di voto precedenti?

Molto semplice. La busta venne predisposta per le elezioni del 1924, applicando l’apposita etichetta dentellata. Ma nel frattempo cambiò la legge elettorale, e con l’approvazione della Legge Acerbo (che consentiva al partito di maggioranza relativa di avere una maggioranza assoluta dei due terzi dei seggi) cambiò anche il sistema di voto, come detto, con l’utilizzo della scheda da ripiegare.
La busta predisposta per le elezioni del 1924 diventò quindi inutilizzabile.

E perché è spedita per posta?
Anzitutto, chiariamo che per posta, con questa busta, non è mai stato spedito il certificato elettorale. Quest’ultimo, come indicato nella normativa già citata, veniva consegnato presso il proprio domicilio da un messo comunale, mai spedito per posta.

La risposta a tutti questi interrogativi in realtà è molto semplice.
In quegli anni, l’affluenza al voto si attestava all’incirca al 60%. Questo significa che il 40% degli aventi diritto al voto non andava a votare.
Ma le schede andavano predisposte ugualmente per tutti. Ad ogni votazione, quindi, rimanevano inutilizzate circa cinque milioni di buste e di schede. Che si doveva fare con tutte queste buste?

La normativa indicava che le buste non utilizzate dovevano essere trasmesse, ancor prima di iniziare lo spoglio, al pretore del mandamento di riferimento.
E quindi, in Pretura, che ne facevano, poi?
Semplice: si riciclavano per spedire, come normali buste.

Ecco, quindi, spiegato come una busta originariamente nata per le elezioni del 1913, 1919 o 1921, predisposta poi per le elezioni politiche del 1924, venne utilizzata per posta il 27 gennaio 1927.

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