IO NON HO PRESO NIENTE!

IO NON HO PRESO NIENTE!

4 febbraio 1933. Una normalissima lettera parte da Bari, diretta alla Signorina Anna che abita a Napoli. Arriva nella città partenopea il giorno stesso, tra le 17 e le 18.
Ma sapete quando il buongiorno si vede dal mattino, no?
E difatti, con questa lettera, tante cose andarono storte.

Anzitutto, il bollo di arrivo a Napoli che possiamo vedere al retro. La prima impressione del bollo contiene un errore: il giorno, è indicato 3 anziché 4. Ovviamente una missiva non può partire da Bari il 4 e arrivare a Napoli il 3, mica viaggia indietro nel tempo!

Al Napoli Ferrovia se ne accorsero, e corsero ai ripari, facendo ripassare la busta sotto la macchina annullatrice. Ovviamente, impossibile era ricalcare esattamente la prima bollatura, e difatti quel minimo di sfasamento tra le due bollature ci fa appunto vedere l’errore e la modifica del giorno.

Un secondo elemento che porta a pensare che qualcosa con questa spedizione andò storto è quella chiusura anomala che possiamo osservare nella parte alta della busta.

Anziché utilizzare la comune colla, per chiudere, o meglio richiudere, la busta utilizzarono delle fascette di carta che altro non sono che i bordi gommati dei fogli di francobolli.
Ecco perché presentano i dentelli come i francobolli, ed ecco perché su di essi sono stampigliati dei numeri: sono i numeri dei fogli di francobolli da cui sono stati rimossi.

Ora… Chi può avere disponibilità di fogli interi di francobolli?
E’ certamente possibile che un privato cittadino tenesse a casa fogli di francobolli: magari qualcuno che scriveva tanto, che doveva spedire molte lettere. E’ possibile, ma non è la norma.
E’ invece la norma che un ufficio postale tenesse tanti fogli interi di francobolli.

E questa ipotesi sembra suffragata dal terzo elemento anomalo presente su questa busta: l’annotazione manoscritta al verso, in basso a destra, che recita:
«Erroneamente consegnatami dal portiere. Non conteneva valori, giusta mia dichiarazione è stata aperta per omonimia.»

E, immediatamente sotto, un’altra annotazione, con una calligrafia differente:
«Aperta per omonimia.» Una firma, e una data, «4 febbraio 939».

Quindi, in poche parole, la Signorina Anna a cui venne erroneamente consegnata la lettera e che aprì la busta pensando che fosse destinata a lei, accorgendosi (magari dalla lettera contenuta) che non era lei il destinatario della missiva, si recò presso l’ufficio postale della sua zona.

Qui, annotò la sua dichiarazione, anche in merito all’assenza di valori contenuti, e questa dichiarazione venne a sua volta avvalorata dalla seconda dichiarazione che molto probabilmente è da ascrivere all’ufficiale postale che gestì la questione.
Quindi, sempre l’ufficiale postale di cui sopra sigillò la busta in alto, richiudendola.

Sin qui, la ricostruzione dei fatti sembra quadrare.
Un dubbio sorge però spontaneo: “omonimia”? Quante signorine Anna Giani vivevano in corso Vittorio Emanuele 633 a Napoli? D’accordo che a Napoli potrebbero esserci più persone con lo stesso nome e cognome, ma addirittura due nello stesso stabile, allo stesso civico?

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