TREMITI, LUOGO DI CONFINO…

TREMITI, LUOGO DI CONFINO…

Di confino politico, delle leggi fascistissime del 1926 e della censura postale nei luoghi di confino, Sfizi.Di.Posta se ne è già occupata più volte.
Ricordo, così anche per evitare di ripetere informazioni già diffuse, gli ‘sfizi’ già pubblicati: Ponza, Ventotene, Ustica, Lipari.

Oggi rimaniamo ancora una volta in un’isola, anzi a un gruppo di isole, le Tremiti. E ciò è normale perché, come ho già avuto modo di dire, l’isola per sua conformazione geografica e suoi limiti naturali perfettamente si prestava agli scopi releganti del confino politico.
E anche oggi è lunghetta, mettetevi comodi.

Le Tremiti sono un gruppo di isole al largo della penisola del Gargano, in Puglia, amministrativamente in territorio della provincia di Foggia. San Nicola e San Domino sono le due più grandi, e quelle abitate. Capraia (o Capperaia, per via dei suoi capperi), Cretaccio e Pianosa (detta così perché piatta) sono le altre tre.
Dal secondo dopoguerra in poi sono sempre più meta turistica ma un tempo, sebbene Mussolini cercasse di far passare questo concetto, non lo erano affatto, anzi.

Ma il confino, seppur non politico, sulle isole Tremiti non fu una ‘innovazione’ fascista, ma risale a tempi lontanissimi. Sembrerebbe, infatti, che l’imperatore Augusto qui relegò nell’8 d.C. la nipote Giulia, figliastra di Tiberio, accusata (a ragion veduta, perché pare conducesse una vita molto libertina) di adulterio.

In tempi successivi, sembrerebbe che qui Carlo Magno esiliò lo storico Paolo Diacono e, nel 771 d.C., Paolo Varnefrido, diacono di Aquileia, accusato di congiura. Da qui Varnefrido riuscì a fuggire, riparando a Montecassino e abbracciando la regola benedettina.

Proprio questi ultimi fatti fanno da prodromo a quanto si sviluppò tra il IX e XIV, quando San Nicola di Tremiti divenne sede di un’importante abbazia cistercense, Santa Maria al Mare, con diretta dipendenza dall’Abbazia di Montecassino.

Non a caso, padre Armando di Chiara la definì “La Montecassino in mezzo al mare“, titolo del suo omonimo volume edito dalla Tipografia Catapano di Lucera.
La posizione strategica dell’isola e logistica dell’abbazia non sfuggì a re Ferdinando di Napoli che, nel 1782, soppresse l’abbazia e istituì una colonia penale dove relegare ladri e vagabondi in cameroni appositamente costruiti.

L’utilizzo come colonia penale proseguì anche durante il regno di Ferdinando II di Borbone, e ancora nel neonato Regno d’Italia. In particolare, nel 1911 oltre un migliaio di libici che osteggiavano la conquista italiana vennero qui relegati, la metà dei quali morì di tifo.

Con un siffatto curriculum, Tremiti non poteva non essere utilizzata dal regime fascista come luogo di confino politico. Sia San Nicola che San Dominio vennero utilizzate allo scopo, e in particolare San Nicola riutilizzando i casermoni borbonici, mentre al soprastante “castello” era stata installata la Direzione della colonia.

In totale furono circa 700 i confinati politici che arrivarono a Tremiti ammanettati a due a due. Il più delle volte qui giungevano per punizione, a causa della loro indisciplina, ma altre volte Tremiti era giusto un punto di transito verso altre colonie, come nel caso di Sandro Pertini, una volta chiuso il confino di Ponza e prima di destinarlo definitivamente a Ventotene.

Tra i confinati anche tanti fascisti esagitati. Per il regime, l’essere troppo fascista era un problema, creava problemi, si poteva ritorcere contro dal momento che molte gesta non avevano giustificazione se non nell’esaltazione del singolo.

Ecco quindi che a Tremiti venne confinato Amerigo Dumini, uno degli assassini di Giacomo Matteotti, nel timore che potesse fare rivelazioni scottanti. Dumini ebbe il privilegio, infatti, di un’abitazione tutta per lui, di uno stipendio molto generoso, e di poter scrivere e ricevere lettere senza passare dalla censura postale che invece si abbatteva come una mannaia sulle missive di tutti gli altri confinati.

Ma quel che fece più scalpore fu nel 1939 il confinamento a San Domino per pederastia di 56 omosessuali, di cui 53 soltanto della provincia di Catania.
Essere omosessuale, per il regime fascista, era un’aberrazione, un morbo contagioso, una malattia da curare. Al contempo, però, occorreva non dare troppa pubblicità alla questione: non si sarebbe dovuto dire che nella fascistissima Italia vi fossero dei pederasti.
Il confino era quindi la soluzione ideale: sbarazzarsi dei ‘femminielli’ in modo silenzioso.

Il Questore di Catania, Alfonso Molina, così ebbe a determinare: «Il dilagare di degenerazione in questa città ha richiamato la nostra attenzione. Ritengo indispensabile, nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire energicamente perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai. A ciò soccorre, nel silenzio della legge, il confino di polizia».

In totale, 196 furono le ordinanze di confino per pederastia in tutta Italia, ma quella del 1939 contro gli “arrusi” (come sono chiamati gli omosessuali in dialetto siciliano) di Catania fu la repressione più imponente e la più rilevante. A tal proposito, suggerisco la lettura di “La città e l’isola“, di Goretti e Giartosio.

Nel giugno 1940, con l’entrata in guerra, San Domino venne convertito in campo di internamento per stranieri, e quindi gli omosessuali vennero fatti rientrare nelle proprie città, in libertà ma con obbligo di firma.
Paradossalmente, per loro fu un problema perché a San Domino non avevano problemi di mostrare apertamente la propria omosessualità, cosa che invece dovevano fare, tutti i giorni, a casa propria. Tornare significò ricominciare a lottare per i propri diritti.

Tremiti fu famosa anche per la rivolta contro il saluto romano.
Il solerte direttore della colonia di Tremiti, cav. uff. Fusco, forte di quanto introdotto pochi giorni prima sull’isola di Ustica, e constatato che i confinati non salutavano il personale della Direzione e le autorità (60 Carabinieri e 15 agenti di P.S.), in data 21 luglio 1937 emise un’ordinanza che impose il saluto romano a tutti i negletti.

Il giorno successivo scoppiò una mezza rivolta nel momento in cui uno dei confinati, Giuseppe Andreini, all’appello mattutino, ebbe a dire: «Me ne frego di voi e del saluto romano».

Arrestato Andreini, tutti gli altri confinati si ribellarono e cercarono di destituire l’ordine, ma tutte le forze militari e di polizia vennero immediatamente impiegate e riuscirono a disperdere i facinorosi. Alla fine 95 vennero arrestati e trasferiti al carcere di Manfredonia. A novembre altri 37 vennero trasferiti al carcere di Lucera.

Mussolini, che inizialmente avallò l’iniziativa e la repressione, fece marcia indietro nell’agosto 1938 quando gli venne evidenziato il fatto che imporre il saluto romano a persone di fede politica opposta non fosse un segno di forza. Il duce così risolse: «Confinati non hanno diritto fare saluto romano nelle colonie di confino politico!»
Come dice il proverbio? «Se la volpe non arriva all’uva, dice che è acerba».

Come già accennato, Tremiti come del resto tutte le colonie confinarie era dotata di un ufficio di censura postale della corrispondenza. Era lo stesso Direttore, o chi per lui, a fare le veci di funzionario postale.

Nel romanzo “L’isola dei papaveri. La prima comunità gay al mondo che inventò il Duce (senza saperlo)” di Paolo Pedote l’arrivo della posta è descritto così:
«Giù al porticciolo, si fermò la solita bagnarola con la posta.
“Buoni, buoni!” disse la camicia nera. “Uno alla volta. Non spingete, capito? Che
tanto non scappo. Ovidio Sella?”
“Eccolo! Sono qui” alzò la mano un femminiello.
“Grazie!” disse ritirando il pacco.
“Gennaro Carponi”.
“Sì, sono qui. Arrivo! E spostatevi voialtri!”».

Lo smistamento della corrispondenza e dei pacchi avveniva sì al porto, in uno slargo che venne infatti chiamato “piazzetta della posta”, ma non come descritto nel romanzo: le lettere dovevano passare la censura, e i pacchi minuziosamente ispezionati.

Per aggirare la censura l’unico modo era spedire la lettera nascondendola in barattoli o confezioni alimentari, dentro a un pacco, sperando che non venisse comunque trovata.
I segni della censura, timbro e firma, sono chiaramente visibili sui documenti postali, e tra essi estremamente interessante è la corrispondenza di Giovanni Zol.

Nato a Fiume Veneto (UD) nel 1908, manovale, Zol venne deferito al Tribunale speciale per “organizzazione comunista“. Il 12.8.1936 venne condannato a cinque anni di confino politico (Busta 5589, Fascicolo 125553, del Fondo Confinati Politici presso l’Archivio Centrale dello Stato).

Il 17.5.1941 venne prosciolto con la condizionale. Antifascista sino al midollo, venne nuovamente arrestato dal febbraio al settembre 1943. Partecipò quindi alla Resistenza, e il 7.2.1944, al comando della XIV brigata partigiana Garibaldi Trieste, venne colpito a morte in un’imboscata in Croazia.

Gli ultimi anni di confino Zol li trascorre a Cerchiara di Calabria (lo vedremo in un altro ‘sfizio’), mentre i primi anni a Tremiti. Tra i documenti in mio possesso di questo primo periodo a Tremiti mostro una lettera del 5 maggio 1939.

Indirizzata a Trieste a Emma Zol, la sorella, venne ovviamente controllata dalla censura, sia dentro che fuori. Il timbro di censura su tre righe “DIREZIONE COLONIA CONFINATI / TREMITI / VERIFICATO per CENSURA” e la firma del censore sono infatti presenti, oltre che sulla busta, anche sulla lettera all’interno.

La missiva è facilmente leggibile dalle immagini, ne evito quindi la trascrizione. Zol tentò invano di ottenere una licenza per rientrare a casa e dare conforto economico alla madre. Negata la licenza, tentò quindi la strada della commutazione della pena del confino in ammonimento o libertà vigilata, e su questo comunicò alla madre di essere in attesa di risposta a un esposto inviato direttamente «all’On. M.».

Ho poi avuto la fortuna di rinvenire un archivio di nove cartoline, tutte indirizzate a Beppi (o Bepi) e Maria Bortoluzzi tra il 1940 e il 1942 confinati politici a Tremiti, e una decima indirizzata al solo Beppi del 1939 confinato politico a Ponza.

Giuseppe Bortoluzzi (1892-1973), detto Bepi, e Maria Di Fante (1902-1985), veneziani entrambi, erano legati non soltanto in matrimonio ma anche nelle idee politiche. Il loro percorso ideologico li portò ad aderire prima al Partito socialista, poi al Partito comunista, e (negli anni del regime fascista) ai nuclei clandestini comunisti.
Arrestati più volte, vennero infine fermati nel giugno 1938 mentre affiggevano e distribuivano volantini contro la visita di Hitler in Italia.

Per tale attività, con sentenza del 18.7.1938 vennero condannati a cinque anni di confino politico a Ponza. Nel secondo semestre del 1939 vennero quindi spostati a Tremiti dove, lo ricordo, venivano trasferiti i più incalliti e indisciplinati antifascisti.

Qui scontarono il resto della pena, ma fu proprio a Tremiti dove conobbero Sandro Pertini, Umberto Terracini, e Nicola di Bartolomeo. Fu soprattutto la frequentazione di quest’ultimo a portare la coppia verso posizioni sempre più trotskiste ed estremiste in contrapposizione alla (secondo loro) deriva antidemocratica e burocratizzante dell’URSS.

La maggior parte di queste notizie le ho tratte dalla descrizione del Fondo De Fanti – Bortoluzzi, compilato da Alessandro Ruzzon e conservato presso l’Iveser, l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, cui ovviamente rimando per qualsiasi altro approfondimento.

Va rilevato che nel Fondo Confinati Politici, però, esiste soltanto il fascicolo relativo a Giuseppe Bortoluzzi (busta 774), non quello di Maria Di Fante, forse smarrito.
Gli stessi Dal Pont-Carolini non citano la Di Fante, ma soltanto Bortoluzzi.
Eppure, anche a leggere la biografia della Di Fante fatta da Martina Guerrini in “Donne contro“, la Di Fante fu tutt’altro che una gregaria di Bortoluzzi.

Prosciolti con la condizionale il 9.12.1942, tornarono a Venezia e ripresero da subito la loro attività antifascista con maggiore convinzione di prima, tanto da rientrare immediatamente nel mirino della polizia fascista.
In quell’occasione fu Claudio Sonego, pasticcere e datore di lavoro di Bortoluzzi, a nasconderli a casa propria a San Polo, insieme a due donne ebree.

Delle dieci cartoline che ho rinvenuto ne mostro una, spedita da Venezia il 15.8.1942 (quindi, a brevissima distanza del loro rilascio) e indirizzata a “Beppi e Maria Bortoluzzi – Confinati Politici – Tremiti (Foggia)“.

Come si vede, la cartolina passò dalla censura: timbro (identico a quello usato sulla corrispondenza di Zol qualche anno prima, ma adesso un più consumato) e firma del censore sono più che evidenti.

Il testo sembra quello di un telegramma. Per poi chiudere con: «Martedì senza fallo conto spedire il pacco con le rimanenti patate».
Bisogna anche considerare che tra confinati e parenti spesso ci si metteva d’accordo sul codice da usare nelle missive. Niente di strano che le patate citate non fossero affatto patate.

Il terzo e ultimo documento che voglio mostrare è una cartolina inviata il 26.10.1939 da Guido Bellicini, ‘ospite’ della colonia confinaria di Tremiti.
Ancora una volta, timbro e firma del censore a controllare la cartolina, ma stavolta il timbro è diverso dai precedenti, su due righe: “Direzione Colonia Confinati politici Tremiti / Verificato per Censura“.

Secondo quanto riportato dal Fondo Confinati Politici (busta 454), Guido Bellicini, nato ad Andermatt (Svizzera) il 16.5.1900, e residente a Varese nel quartiere Casbeno dove svolgeva la professione di bracciante, venne condannato a cinque anni di confino il 23.4.1937 per “attività comunista, in contatto epistolare con un fuoriuscito“.

In base alle notizie fornite dal direttore della colonia di Tremiti al Questore di Foggia, intorno al 1940 si era costituita una cellula attiva di stampo comunista che agiva prevalentemente facendo pressioni sugli apolitici nella più grande prudenza e segretezza.

A questo gruppo appartenevano Luigi Abbiati, Antonio Arena, Gino Bercilli, Michele Lo Surdo, Giusto Mezzetti, Agostino Ottani, Ruggero Parenti, Giovanni Racchi, Rutilio Reale, Ubaldo Vispi, e appunto Guido Bellicini.

A fine periodo venne internato, e quindi liberato dopo il 25.7.1943. Quindi si recò in Piemonte, nell’Ossola, dove prese parte alla Resistenza partigiana, mentre al termine della guerra rientrò nella sua Varese dove diventò un esponente di spicco del Partito comunista fino alla morte, sopraggiunta nel 1980.

Mi fermo qui.
Tremiti, dal dopoguerra in poi, ha cambiato volto: adesso il turismo impera. Ma Tremiti non dimentica.

A ricordo dei coraggiosi Italiani che per il loro amore di libertà e giustizia vennero confinati in questa isola durante gli anni oscuri della tirannide fascista. Associazione Nazionale Perseguitati Politici Antifascisti” è quanto riportato sulla lapide che accompagna il monumento al confinato politico eretto a San Nicola di Tremiti il 25 maggio 1980, opera dello scultore Raffaele Fienga.

Bibliografia
– Adriano Dal Pont, “I lager di Mussolini. L’altra faccia del confino nei documenti della polizia fascista“. La Pietra, Milano, 1975.
– Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, “L’Italia al confino 1926 1943. Voll. 1, 2, 3, 4“. La Pietra, Milano, 1983.
– Padre Armando M. Di Chiara, “La Montecassino in mezzo al mare: breve guida delle Isole Tremiti“. Tipografia Editrice Costantino Catapano, Lucera, 1980.
– Anna Foa, “Andare per i luoghi di confino“. Il Mulino, Bologna, 2018.
– Gianfranco Goretti, Tommaso Giartosio, “La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista“. Donzelli, Roma, 2006.
– Martina Guerrini, “Donne contro. Ribelli, sovversive, antifasciste nel Casellario Politico Centrale“. Zero in Condotta, Milano, 2013.
– Paolo Pedote, “L’isola dei papaveri. La prima comunità gay al mondo che inventò il Duce (senza saperlo)“. Area 51, San Lazzaro di Savena, 2013.
– Agostino Rosset, Giorgio Rizzo, “Giovanni Zol, lettere dal carcere“. Autoprodotto.
– Casellario Politico Centrale, http://dati.acs.beniculturali.it/CPC/

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