CONFINATI POLITICI SULLE SPIAGGE NERE DI LIPARI…

CONFINATI POLITICI SULLE SPIAGGE NERE DI LIPARI…

Ritorniamo ancora una volta sull’argomento del confino politico.
Per evitare inutili ripetizioni ma per comprendere in cosa è consistita la misura restrittiva del confino politico sotto il regime fascista, rimando agli ‘sfizi’ già pubblicati sull’argomento: Ponza, Ventotene, Ustica.

E cambiamo nuovamente isola. Ritorniamo in Sicilia, alle Eolie, e precisamente a Lipari.
La più estesa delle sette isole vulcaniche dell’arcipelago eoliano, nota per la sua ossidiana, Lipari è descritta con termini superlativi già da Diodoro Siculo. Ma indubbiamente, alle Eolie, “dove vai, vai”, è tutto bellissimo.
Mi fermo qui, evito di tessere le lodi delle meraviglie delle Eolie altrimenti questo contributo diventa lungo quanto la Gerusalemme liberata…

Questo paradiso tra terra e mare, tuttavia, non fu sempre un paradiso.
Già prima delle note leggi fascistissime di pubblica sicurezza del 6 novembre 1926 quando, con l’art.184, si introdusse la misura del confino politico, Lipari era stata sede di domicilio coatto, altra misura restrittiva inflitta ai condannati per reati comuni: briganti, banditi, assassini, camorristi, mafiosi, malfattori, carbonari, liberali, anarchici, socialisti, questa la ‘fauna umana’ con cui la popolazione di Lipari dovette convivere per diversi decenni.

Quando alla fine del 1926 iniziarono ad arrivare a Lipari i confinati politici, la popolazione li accolse senza alcuna ostilità e anzi con grande considerazione, osservando da subito la differenza comportamentale e culturale dei nuovi arrivati rispetto ai coatti.

Così descrive il viaggio Giovan Battista Canepa:
«Eravamo i primi confinati politici, e lungo il percorso della ferrovia che collega Napoli con la Sicilia, nelle stazioni dove il convoglio sostava, le autorità del luogo avevano organizzato dei facinorosi che si avvicinavano al vagone dove stavamo in catene lanciandoci improperi, chiamandoci figli di cagne, rinnegati, traditori della Patria. […]
E dunque, quando il piroscafo gettò l’ancora di fronte a Marina Corta, e noi vedemmo tanta gente che si assiepava sulla spiaggia, confesso che il nostro morale era ormai a terra, e tutti ci aspettavamo un linciaggio.
E invece quando sbarcammo e ci incolonnarono sulla strada che porta al castello, ci fu persino chi osò avvicinarsi per porgerci dei dolci e della frutta.»

Così come nelle altre isole, anche a Lipari si giungeva infatti incatenati e scortati dai Carabinieri. I piroscafi che facevano a turno servizio da Milazzo erano due, l’Adele e l’Etna, e giungevano sull’isola ogni giorno intorno alle ore 11.
I già confinati sull’isola assistevano allo ‘spettacolo’, seppur da lontano.

Francesco Fausto Nitti così lo descrive:
«Ma anche da lontano vedevamo l’arrivo della nave, le barche che le si recavano intorno, prima tra le quali quella della polizia con un brigadiere, degli agenti, uno dei carabinieri e due poliziotti. Quegli uomini salivano a bordo del piroscafo per primi, si ponevano presso la scaletta e verificavano le carte di tutti coloro che desideravano scendere.»

E’ ancora Canepa a descrivere i momenti della sistemazione:
«Giunti al castello, di fronte ai cameroni, il direttore della Colonia si presentò, sorridendo e, per prima cosa ordinò ai carabinieri di toglierci subito le manette e poi disse che d’ora innanzi dovevamo ritenerci liberi; per coloro che volevano sistemarsi lassù c’erano cameroni pronti ad accoglierci, mentre chi voleva stare in paese avrebbe potuto alloggiare in case private.»

Era il commissario Provenzale, direttore della colonia sino al maggio 1927, che cercò di agire sempre con umanità e buon senso.
Troppo, per un regime già sin troppo ‘regime’, tant’è che venne infatti destituito e sostituito dal commissario Francesco Cannata che diresse la colonia sino al 15 agosto 1929 con metodi decisamente opposti al Provenzale.

Arrivarono a Lipari comunisti, socialisti, radicali, repubblicani, liberal democratici: Dal Pont-Carolini stimano che tra il 1926 e il 1943 la colonia abbia ospitato 383 confinati; Di Vito-Gialdroni parlano di circa 500 persone.
Giusto per fare qualche nome: Riccardo Bauer, Jaurès Busoni, Giovanni Battista Canepa, Gioacchino Dolci, Paolo Fabbri, Ferdinando Innamorati, Emilio Lussu, Francesco Fausto Nitti, Ferruccio Parri, Giuseppe Persiani, Osvaldo Prosperi, Carlo Rosselli, Domizio Torrigiani, Claudio Treves, Mario Alberto Zingaretti.

La vita del confino era chiaramente intrisa di privazioni. Tutto era controllato. Compresa la posta.
La corrispondenza che presento oggi è costituita da tre cartoline spedite da Roma il 4.11.1928, da Montespertoli (FI) il 10.4.1929, e da Firenze il 17.4.1929 (il lato illustrato è del tutto irrilevante ai fini delle presenti note).
Tutte e tre sono indirizzate al “Confinato Politico” Enrico Giotti.

Enrico Giotti, nato a Montespertoli (FI) il 7.1.1878 e ivi residente, classificato come “comunista” da Dal Pont-Carolini, “socialista” per il Casellario Politico Centrale, era un impiegato comunale.
Un giorno osò denunciare per truffa alcuni gerarchi fascisti, e per questo motivo venne ammonito, diffidato, e quindi il 14.10.1927 condannato a 4 anni di confino politico, poi ridotti a due.
Venne infine prosciolto il 16.10.1929.
Nel fondo “Confinati politici” depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato è presente nella busta n.2432.

Le tre cartoline, quindi, afferiscono all’ultimo anno di confino politico del Giotti.
E’ possibile notare che nelle prime due cartoline, quelle spedite da Roma e da Montespertoli, i mittenti inviano a Giotti “saluti fascisti” e “saluti fascistissimi“.
Una presa in giro? Una frase in codice per dire l’esatto contrario? Desiderio di deridere il destinatario? Tentativo di ‘riabilitare’ il Giotti agli occhi del censore? O semplicemente paura della censura?

Personalmente, propendo per quest’ultima ipotesi.
Così come abbiamo già visto negli altri casi di Ponza, Ventotene e Ustica, la censura postale era attivissima nel controllo dei confinati.
Nelle tre cartoline mostrate la censura evidenziò il suo controllo con un bollo lineare:

Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale
166a Legione “Peloro”
Distaccamento di Lipari

Simile dicitura la troviamo anche nel bollo circolare delle altre due cartoline:

Verificato per censura
Comando 166a Legione “Peloro” M.V.S.N.
Distaccamento di Lipari

E il doppio scudo, littorio e sabaudo.

La Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale M.V.S.N., meglio nota come “Camicie Nere” per via della camicia appunto nera indossata dai suoi militanti, era un corpo di gendarmeria a ordinamento militare che rispondeva al Duce in persona (solo a lui, infatti, i “legionari” giuravano fedeltà).
Proprio per questa ragione, tale corpo venne ampiamente impiegato, in associazione alla gendarmeria ufficiale, nelle sedi di confino politico.

La storia del confino politico a Lipari subisce una svolta clamorosa nel 1929, a seguito degli eventi che si verificarono nella notte tra il 27 e il 28 luglio.
Sono le 21.30 quando un motoscafo d’alto mare (il “Dream V”) si avvicina furtivamente alla costa di Lipari. L’imbarcazione spegne i motori, così da non farsi individuare. Tre uomini, o meglio tre ombre, eludono la sorveglianza delle camicie nere e dei Carabinieri, e si lanciano a nuoto verso il motoscafo.
Braccia amiche issano a bordo i tre uomini.
Erano Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti.
Erano evasi.
Lo scafo parte come un missile in direzione della Tunisia. Da lì, gli evasi raggiungeranno la Francia.
Erano liberi.
Dopo qualche giorno, i tre fonderanno “Giustizia e Libertà” che grande ruolo avrà nello scacchiere antifascista italiano, non ultimo a fianco dei repubblicani e contro Franco nella guerra civile spagnola. Ma questa è un’altra storia, ne parleremo.

La notizia dell’evasione deflagrò come una bomba atomica. Per il regime fascista costituiva un doppio scacco: da un lato veniva posto in risalto che il confino politico non era affatto una “villeggiatura” come la propaganda, a partire dal Duce in persona, avevano voluto far intendere; e dall’altro lato che il tanto declamato sistema di controllo del regime non era così infallibile, poteva essere eluso.

La risposta del regime non si fece attendere. E se da un lato uno striminzito comunicato dell’agenzia governativa Stefani attenuava i toni dell’impresa, le rappresaglie volute da Mussolini in persona contro la famiglia Rosselli ottennero l’effetto contrario.
Il fratello minore di Carlo Rosselli, Nello, che aveva già scontato il confino politico a Ustica da cui era stato prosciolto il 27 gennaio 1928, venne arrestato e rispedito al confino, sempre a Ustica e poi a Ponza.
La moglie di nazionalità britannica, Marion Cave, venne arrestata e solo le veementi proteste di Amalia Rosselli fecero sì che la nuora venisse trasferita in un albergo, seppur sotto stretta sorveglianza.

Conseguenze se ne ebbero anche sull’isola, naturalmente.
Che la fuga fosse nell’aria era abbastanza chiaro.
Lo confermano le note di polizia del 3 marzo e del 28 aprile 1929, con le informazioni provenienti da spie infiltrate tra i confinati, rimaste tuttavia pressoché ignorate.

Il direttore della colonia venne quindi trasferito, mentre militi e gendarmi ricevettero dure reprimende.
Paolo Fabbri venne invece arrestato e condannato a tre anni di reclusione per aver favorito la fuga dei tre confinati.
Infine, i “più pericolosi sovversivi” vennero trasferiti in altre sedi, Ventotene, Ponza e Tremiti.

Lipari ospiterà ancora qualche confinato politico sino al 1933, poi ustascia croati, coatti, internati, profughi, espatriati dalle colonie, slavi debalcanizzati, ma Lipari come luogo sicuro per il confino politico cessò di esistere quel 27 luglio 1929.

Bibliografia consultata
• AA.VV. (a cura del Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani), “Il confino politico a Lipari“. Pungitopo, Marina di Patti, 1990
• Zeffiro Ciuffoletti (a cura di), “I Rosselli, Epistolario familiare 1914-1937“. Mondadori, Milano, 1997
• Adriano Dal Pont e Simonetta Carolini (a cura di), “Il regime fascista di fronte al dissenso politico e sociale“, in: “L’Italia al confino 1926-1943” Vol.1, La Pietra, Milano, 1983
• Luca Di Vito e Michele Gialdroni, “Lipari 1929, Fuga dal confino“. Laterza, Roma, 2009
• Mimmo Franzinelli, “Il delitto Rosselli“. Mondadori, Milano, 2007
• Giuseppe La Greca, “Curzio Malaparte alle isole Eolie. Vita al confino, amori e opere“. Edizioni del Centro Studi Eoliano, Lipari, 2012
• Giuseppe La Greca, “La lunga notte di Lipari. Anarchici e socialisti al confino coatto“. Edizioni del Centro Studi Eoliano, Lipari, 2010
• Giuseppe La Greca, “Voci dal confino. Antifascisti a Lipari. Anno 1926, l’arrivo“. Edizioni del Centro Studi Eoliano, Lipari, 2014
• Giuseppe La Greca, “Voci dal confino. Antifascisti a Lipari. Anno 1927, il primo anno“. Edizioni del Centro Studi Eoliano, Lipari, 2016
• Gianfranco Porta, “L’evasione da Lipari” in: “Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai giorni nostri“, direzione scientifica di Mario Isnenghi, vol. IV, “Il Ventennio fascista”, t. 1, “Dall’impresa di Fiume alla Seconda guerra mondiale (1919-1940)”, Torino, UTET, 2008, pp. 572-577
• Aldo Rosselli, “La famiglia Rosselli, una tragedia italiana“. Bompiani, Milano, 1983

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