VENTOTENE, TRA EUROPA E CONFINO

VENTOTENE, TRA EUROPA E CONFINO

Del ‘confino politico’ ne ho già parlato qualche sfizio fa.
Per non ripetermi e annoiarvi dal momento che questo ‘sfizio’ sarà un po’ lunghetto, rimando chi non l’avesse letto o chi volesse rinfrescarsi la memoria al contributo sul confino politico a Ponza:
> https://www.facebook.com/sfizidiposta/posts/1188053664874778
> http://www.sfizidiposta.it/2020/05/29/ti-spedisco-a-ponza-al-confino/

Per chi non c’è mai stato, se ho invitato a visitare Ponza, allora vi inviterò due volte a visitare Ventotene. Forse perché più piccola di Ponza, forse perché più a misura d’uomo, ma a Ventotene c’è un’atmosfera magica.
Le mongolfiere a settembre, le tipiche lenticchie, Fabio e la sua meravigliosa libreria nella piazza centrale dell’isola, il porticciolo la sera, il faro, le coffe e le nasse appese sui muri delle viuzze del centro, le scogliere a picco sul mare: ogni cosa vi rapirà.
Così come rapì, evidentemente, quelle ventotto famiglie di Torre del Greco che, da primi coloni, arrivarono sull’isola il 15 giugno 1772. Gente che credette nell’isola.

Ma torniamo a noi. E torniamo alla constatazione che Ventotene non per tutti fu questo paradiso.

Come accennato, nel luglio del 1939 (l’ordine è del 15 luglio) i confinati di Ponza vennero tradotti nella vicina isola di Ventotene. Non tutti. 190 vennero spediti a Tremiti. Altri, di buona condotta, sulla terraferma, a Matera e Pisticci. A Ventotene giunsero invece quelli che il regime considerava ‘irriducibili’, definiti in elenco “di pericolosità massima”.

La storia di Ventotene come ‘confino politico’ iniziò però prima, nel 1930, quando a seguito della fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti dal confino di Lipari il regime fascista decise per ragioni di sicurezza (ma, in verità, per rimediare allo smacco dell’evasione dei tre confinati) di chiudere la colonia eoliana e di trasferire i pericolosi sovversivi in un luogo più piccolo, più impervio, più controllabile. Ventotene, appunto.

A Ventotene i confinati arrivavano con il piroscafo postale “Regina Elena” (dal 1940 sarà il “Santa Lucia”) che partiva ‘dal continente’ due volte a settimana, lo stesso che portava i negletti a Ponza quando era attivo il confino. Ma a differenza di Ponza, a Ventotene non aveva modo di attraccare, per cui i confinati venivano fatti scendere al largo su delle barchette, e con queste sbarcati sull’isola.

Oltre gli illustri sovversivi presenti già a Ponza (Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Pietro Nenni, Umberto Terracini, e tanti altri), l’isola ha ‘ospitato’, in particolare, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, noti per aver stilato nel 1941 il cosiddetto “Manifesto di Ventotene”, un documento per la promozione dell’unità europea.
Non mi dilungo troppo su questo aspetto: chi vuole potrà approfondire facilmente l’argomento in rete.

Inoltre, se riuscite a trovare il VHS in qualche videoteca d’antan, vi suggerisco la visione di “La villeggiatura”, un film di Marco Leto del 1973 con Adolfo Celi e un monumentale Adalberto Maria Merli. Vale la pena.

Inizialmente, come alloggio venne utilizzato un vecchio edificio borbonico (“la torre”). Successivamente, e per far fronte al numero di confinati provenienti da Ponza, vennero costruiti dodici padiglioni all’interno di una caserma militare chiamata “cittadella confinaria”, inaugurata nella primavera del 1940.

Il regime confinario a Ventotene aveva regole precise e molto rigide: occorreva rispettare gli orari di entrata e uscita dai cameroni; non si poteva frequentare locali, spettacoli pubblici, funzioni religiose, case private; non si potevano varcare i limiti consentiti e segnati con filo spinato o cartelli; non si potevano possedere determinati oggetti (coltellini, cavatappi, apriscatole, macchina fotografica, macchina da scrivere, binocolo, lampada tascabile); non si poteva ricevere da casa libri, giornali o riviste che non fossero quelli autorizzati; non si potevano commentare ad alta voce le notizie; non si poteva tenere in tasca più di cento lire; e decine di altre limitazioni e privazioni con il solo scopo di confinare non soltanto il corpo ma anche la mente.

E, naturalmente, anche la posta aveva regole e limitazioni ben precise.
Si poteva corrispondere solo con genitori, coniuge, figli e fratelli; eventuali altri corrispondenti dovevano essere autorizzati dal Ministero degli Interni.
La corrispondenza andava imbucata in busta aperta esclusivamente nella cassetta postale predisposta; ugualmente aperta veniva consegnata la corrispondenza in arrivo.

Jacometti (vedere bibliografia in calce) descrive lo smistamento in Piazza Chiesa della corrispondenza in arrivo, il giorno successivo all’arrivo del piroscafo:
«Un agente dell’ufficio della censura sale un gradino e intorno gli si accalcano 800 uomini. Egli legge un nome su una busta: l’interpellato risponde ‘presente’ e la lettera di mano in mano corre a raggiungerlo. E’ lo spettacolo di massa più curioso del confino.»

Non si poteva scrivere più di una cartolina e una lettera a settimana. Le lettere venivano inoltrate la domenica mattina prima delle otto e trenta, le cartoline il mercoledì.
Il contenuto della corrispondenza in partenza non doveva superare le ventiquattro righe, e le buste non dovevano contenere carta velina.
Era vietato parlare di politica, comunicare sentimenti, commentare la situazione italiana, divulgare informazioni sulla propria vita in colonia confinaria e sulla colonia stessa ed i suoi confinati.

L’ufficio di censura (coadiuvato dalla Questura di Napoli e diretto da Marcello Guida, già vice commissario a Ponza) controllava il testo delle missive, eventualmente anneriva le righe scomode, o rimuoveva completamente la lettera consegnando la busta vuota con sopra scritto “contenuto inopportuno“.
Tutta la corrispondenza doveva ricevere, ben visibile, il timbro della censura e la firma del censore.
A partire dal 1939 la corrispondenza veniva inoltre sottoposta al ferro da stiro o alla lampada al quarzo al fine di evidenziare messaggi segreti scritti con inchiostro simpatico (ottenuto dall’amido derivante dall’ebollizione del pane) o con latte o succo di limone.

Diversi furono gli espedienti utilizzati per aggirare la censura.
Ernesto Rossi comunicava con la moglie numerando a numeri romani le missive e utilizzando un preciso codice, in stile Enigma, con errori ortografici o lettere scritte in modo particolare alla fine di ogni parola.
Altri utilizzarono le proprie conoscenze per utilizzare il canale dei viveri in arrivo sull’isola: Altiero Spinelli, a Ponza, con la complicità del grossista, utilizzava le cassette della verdura per nascondere la corrispondenza in arrivo e in partenza.
Sempre a Ponza vennero denunciati il procaccia postale, il suo aiutante e il portalettere perché impostavano la corrispondenza direttamente nella cassetta presente sul piroscafo postale, eludendo così i controlli.

Ed è a questo punto della storia che si inseriscono le due cartoline postali che mostro oggi, spedite il 10 luglio e il 16 settembre 1941 da Pesaro, destinatario:

Ricci Guglielmo
Colonia Penale
Ventotene (Littoria)

Chi era Guglielmo Ricci?
Nel Casellario Politico Centrale, messo a disposizione dall’Archivio Centrale dello Stato, è possibile effettuare ricerche per cognome, luogo di nascita, mestiere, e persino colore politico: antifascista, comunista, anarchico, socialista.
E’ così che trovo la scheda di Ricci Guglielmo:
Data di nascita: 1907
Luogo di nascita: Fano, Pesaro, Marche, Italia
Luogo di residenza: Fano, Pesaro, Marche, Italia
Colore politico: comunista
Condizione/mestiere/professione: rappresentante
Annotazioni riportate sul fascicolo: confinato, iscritto alla Rubrica di frontiera
Unità archivistica: busta 4304

Da un altro sito web scopro molte notizie su Ricci che cercherò di sintetizzare di seguito.

Guglielmo Ricci nacque a Fano (Pesaro) il 20 aprile 1907. Nel 1921 fu tra i fondatori del fascio locale. L’anno seguente partecipò alla marcia su Roma, poi si accostò alla dissidenza fascista e nel ’30 aderì al gruppo clandestino di “Giustizia e Libertà”, formato a Pesaro da Bruno Lugli, Ubaldo Pagliarano e Franco Boni.
Nel 1934 si trasferì prima in Svizzera e poi in Francia.

Nel 1937 Ricci fu schedato. Nel Mod. A la Prefettura di Pesaro segnalò il suo “carattere ribelle“, la sua “svegliata intelligenza” e la sua “buona cultura generale“.

Arrestato a Parigi nel ’38 per violazione di un decreto di espulsione, Ricci venne tradotto prima nel campo di internamento di Rieucros e poi nel campo di sorveglianza speciale del Vernet.
Favorevole al rimpatrio, tornò in Italia il 20 luglio del 1940 e venne confinato a Ventotene, dove rimase fino al 18 agosto 1943.

Filomena Gargiulo, nel suo “Ventotene, isola di confino” (vedere bibliografia in calce), lo riporta anche come reduce dalla Guerra di Spagna, ma non ho trovato notizie ulteriori.

Ovviamente, vale la pena riportare interamente il testo delle due cartoline, così da comprendere ancora meglio la personalità del dissidente e i fatti che lo hanno coinvolto.
La prima.

«Pesaro, 10 luglio 1941

Caro Figlio,
Papà e Gigino hanno lasciato il letto ma il primo non si sente affatto bene.
Io ho alquanto migliorato; ma l’esaurimento è fortissimo. Speriamo poterlo vincere.
Giannino finisce il 15. Per la divisa non basteranno 2000 lire. Non sappiamo dove sarà destinato.
Papà questa mattina è andato alla Banca d’Italia, dietro invito della medesima. Gli hanno comunicato che il tuo vaglia del tuo viaggio di rimpatrio venne incassato da M.le Vagnemestre, Camp de Concentration Le Vernet d’Ariege il 9 ottobre 1940; poi fu versato in una Banca di Francia la quale trasmetterà a questa Italiana la somma, appena potrà ricevere per mezzo nostro il certificato della tua residenza in Italia. Tale certificato si dovrà ottenere per mezzo di questa R. Questura. Pazienza dunque!
Per il tuo campionario che ti fu sottratto al Campo, fai una domanda con tutti i dati particolareggiati e noi la trasmetteremo a questa Banca, colla speranza di ottenere un esito favorevole anche se occorrerà molto tempo.
Stai tranquillo.
Mi sento molto stanca, perciò ti saluto e ti abbraccio. Saluti da tutta la famiglia.
Mamma

Unisco i miei più affettuosi saluti colla sicurezza che ora la tua esperienza si sia tanto acutizzata da impartirne anche a noi e il tuo ritorno ci sia utile in questi ultimi tempi della nostra resistenza. [firma incomprensibile]»

E la seconda.

«Pesaro, 16-9-’41-XIX
Mio caro Figlio,
Ho avuto finalmente ora notizie di Giannino del 3 settembre. Si trova sulle rive del Dnieper ove si combatte a tutta furia, oltre Alessandria.
Due gruppi del suo reggimento sono in postazione di tiro e sono stati già bombardati e mitragliati da aerei russi. Pochi morti e feriti. Gli ho mandato in tanti campioni raccomandati da gr 500 (di più non è permesso) maglie, insetticida, medicinali, ma non so se abbia ricevuto ancora nulla o se abbiano avuto la stessa sorte della corrispondenza. Il 20 ottobre 1941 termina il suo servizio regolare di prima nomina e dovrebbe essere congedato, ma trovandosi in guerra sarà trattenuto alle armi. Sono questi i momenti decisivi e non lo lasceranno ritornare. Preghiamo per lui! – Ho ricevuto la tua raccomandata con le fotografie. Non c’era fretta; potevi trattenerle ancora. Dodici timbri sulla busta e 6 nella lettera, due sulle fotografie.
Ho fatto bene a sospendere i bagni. La spiaggia qui è da un pezzo deserta, piove continuamente, l’aria è fredda; siamo abbastanza inoltrati nell’autunno. E’ tempo di pensare a prepararsi per l’inverno. Fai una visita alla tua roba e se i vestiti hanno bisogno di forti riparazioni fanne un pacco e mandameli che li faccio rimettere in ordine, e se ti occorre qualcosa dillo perché i tempi sono difficili assai e tutti i giorni c’è qualche cosa nuovamente bloccato. Pensa specialmente alle scarpe. – L’uva qui ora va a £ 3,50 il chilo. – Se ti piace lo studio della economia e della sociologia, cerca di farlo metodico e ordinato, in base a un programma fisso di studi, in modo che ti possa riuscire utile nella vita. Credo che alla tua età si possa presentare a sostenere esame all’università senza tenere calcolo degli studi precedenti. Me ne informerò meglio e te lo farò saprò dire. Sappiamo da un pezzo l’alta carica conseguita da S. E. Riccardi. E’ un bell’ingegno! E’ un forte carattere! Meritava l’alto onore! – Il latte condensato ancora non l’ho potuto trovare, ma cercherò ancora. Noi siamo privi del latte da oltre un anno. Quanto al fare la corve’ per ottenere la frutta dal piroscafo, sappi che qui si fa per quasi tutti i generi alimentari e anche per il carbone e la legna. Beato chi è libero senza impegni, come te, e che può farlo senza perdere il tempo dovuto ai propri piaceri. Notizie nostre sempre le stesse. Saluti e abbracci da noi tutti.
Mamma
Da un mese sono senza donna e fatico come un cane. Le donne non si trovano più.»

Uno spaccato di vita quotidiana, di vita sotto la guerra, di difficoltà, di paure, in cui una mamma protegge il proprio cucciolo, lo tranquillizza, lo rasserena, tanto da fargli apparire la sua condizione di confinato migliore della propria (“…beato chi è libero senza impegni, come te…”).

Le notizie di guerra su Giannino si riferiscono alla Campagna di Russia, e in particolare al 3° Reggimento Bersaglieri che il 24 luglio 1941 venne inviato in Russia a far parte del CSIR, e dove il 5 settembre 1941 entrò in contatto con il nemico nella zona del fiume Dnieper. Il successivo 28 settembre partecipò alla prima battaglia combattuta e vinta da soli reparti italiani a Petrikovka sul Don. Sul Fronte Russo il 3° Reggimento Bersaglieri ha combattuto per quasi due anni dando prova di valore e di sacrificio.

Entrambe le cartoline, all’arrivo a Ventotene e prima di essere consegnate, sono state ovviamente controllate dalla censura.
Lo attesta il bollo tondo con inchiostro violetto “Direzione Colonia Confinaria Ventotene“, firmato dal censore, una con lapis rosso e l’altra con lapis azzurro.
Questa differenza magari è una mera coincidenza e non significa nulla, ma potrebbe invece indicare il blocco della corrispondenza (rosso) e l’inoltro della stessa (azzurro).
E se è così, questo si giustifica dal fatto che nella cartolina firmata con lapis rosso è presente quel messaggio di un compagno politico del Rossi che scrive senza usare mezzi termini, evidentemente in maniera troppo azzardata.
Ma questa è solo una mia ipotesi non suffragata da fonti.

Non si può, infine, far a meno di notare le righe evidenziate con un lapis verde, lo stesso lapis a distanza di mesi. Quasi certamente si tratta del censore che non ha cancellato le frasi in questione, ma che ha praticamente fatto sapere a Ricci che la sua corrispondenza era stata controllata con attenzione. Una sorta di avviso, di avvertimento: ti stiamo sopra, ti controlliamo.

Come si conclude questa storia?
Il 23 luglio 1943 quattro aerosiluranti inglesi bombardarono il postale Santa Lucia.
Era solo il prologo di quanto stava per accadere.
Radio Londra trasmetteva ininterrottamente notizie e nuovi comunicati: la caduta del regime fascista era nell’aria.
Le notizie si rincorrevano tra i confinati, finché il 25 luglio giunse la conferma: Mussolini era stato deposto e quindi arrestato.

I confinati erano di fatto liberi da quel preciso istante.
Ma come andar via dall’isola? Il postale era stato affondato due giorni prima…
I confinati avrebbero potuto sollevarsi contro i militi o la popolazione, e invece tennero un comportamento rispettoso e controllato. Avanzarono delle richieste, e il commissario Guida (che nel frattempo aveva rimosso tutti i simboli legati al fascio, foto di Mussolini compresa) non poté che accettarle.

Il 28 luglio giunse a Ventotene su una corvetta militare addirittura il Duce in persona. Agli arresti, è chiaro. Tutti gli ufficiali, constatata la situazione, decisero che non sarebbe stata una buona idea mettere agli arresti Mussolini a Ventotene. La nave fece quindi rotta per Ponza, e lì il Duce rimase fino al 7 agosto.

Per tutto il mese di agosto furono organizzate diverse partenze, con vari mezzi, anche di fortuna: bialberi, barche da pesca, etc.
L’ultimo gruppo che lasciò l’isola, il 23 agosto, era costituito da anarchici e slavi. La loro destinazione non era la tanto agognata libertà, ma i campi di concentramento di Renicci d’Anghiari (Arezzo) e Le Fraschette d’Alatri (Frosinone). Alcuni riuscirono a fuggire durante il viaggio, altri vennero arrestati perché rifiutavano la destinazione.

Al campo di Fraschette di Alatri (di cui ho già parlato in un paio di ‘sfizi’) finirono Emilia Buonacosa, Vjlkoslava Deskovich, Julka Deskovich, Giovanna Bobek, Apollonia Kemperle, Maria Zalai, Desanka Belamarich, Bojana Nakic’enovic’, Nada Tasuk, Vincenza Ranieri: tutte da Ventotene.
Lì trovarono altre 4000 persone già internate, perlopiù donne e bambini jugoslavi, e condizioni sanitarie e alimentari così drammatiche da far loro rimpiangere la vita sull’isola.

Infine, l’8 settembre ’43. Dalla sera di quel giorno, quando gli Americani sbarcarono sull’isola, il sole tramontò anche sul confino politico a Ventotene.

Bibliografia consultata
• Nino Codagnone, “Lo strano naufragio del piroscafo postale Santa Lucia“. Mursia, Milano, 2011
• Filomena Gargiulo, “I Ventotenesi“. Ultima spiaggia, Genova, 2012
• Filomena Gargiulo, “Ventotene, isola di confino. Confinati politici e isolani sotto le leggi speciali (1926-1943)“. Ultima spiaggia, Genova, 2013
• Alberto Jacometti “Ventotene“. Marsilio, Padova, 1974
• Mario Leone, “La mia solitaria fierezza. Spinelli Altiero“. Atlantide, Latina, 2017
• Antonio Tedesco, “Il partigiano Colorni e il grande sogno europeo“. Editori riuniti, Roma, 2014

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