KAPPLER E REDER, DUE ‘OSPITI’ AL CARCERE MILITARE DI GAETA

KAPPLER E REDER, DUE ‘OSPITI’ AL CARCERE MILITARE DI GAETA

Quello di oggi non lo considero propriamente uno ‘sfizio’.
A parte la lunghezza (mettetevi comodi), l’argomento non è certamente di quelli a volte frivoli o a volte curiosi che caratterizzano per lo più questa rubrica.
Oggi parleremo di un pezzo di storia tremendo, di quelli che fanno accapponare la pelle.

Questa storia ha due protagonisti principali, due ufficiali tedeschi della Seconda Guerra Mondiale, Herbert Kappler e Walter Reder.
Chi furono e cosa fecero costoro è facilmente e diffusamente reperibile in rete. Qui cercherò di farne una sintesi, ma non trascurerò alcuni dettagli, e non certamente per celebrare costoro o le loro ‘gesta’, lungi da me, ma per evidenziare ciò che fecero. E ciò che furono. Cercando di attenermi al resoconto dei fatti e tralasciando volutamente ogni commento (o, perlomeno, mi sforzerò di farlo), lasciandoli al lettore.

Partiamo col primo, Walter Reder.

Nato in Boemia nel 1915, Reder si arruolò nelle SS nel 1934. Avanzò velocemente di grado per meriti sul campo, ovvero durante le invasioni dell’Austria nel 1938 e della Cecoslovacchia nel 1939. Uomo d’azione, rifiutò un posto dietro la scrivania pur di comandare il suo vecchio reggimento in partenza per la Russia nel 1941.
Pluridecorato, nel 1943 fu inviato in Ucraina come comandante di battaglione corazzato della “Totenkopf“, la temibile divisione corazzata delle Waffen-SS i cui membri si macchiarono di innumerevoli crimini di guerra.
Ormai col grado di Maggiore, nel 1944 venne trasferito in Italia.

Tra il 24 e il 27 agosto Reder, insieme a militi della Repubblica Sociale, si rese protagonista di una delle peggiori stragi della Toscana: l’eccidio di Vinca. Come rappresaglia per l’uccisione di un soldato tedesco, Reder e i suoi misero a ferro e fuoco l’abitato, uccidendo alla fine 174 persone.
Ma oltre l’efferatezza del crimine in sé, quel che colpisce è la ferocia e la disumanità che vennero usate: molti corpi vennero trovati nudi, mutilati, impalati, un feto strappato dal ventre della madre uccisa.

Ma Reder è ben più noto per un’altra ‘impresa’: la strage di Marzabotto.
Nella zona circostante il Monte Sole agiva la brigata partigiana “Stella Rossa”. Il feldmaresciallo Albert Kesselring, in risalita con le truppe verso Nord, diede il compito al maggiore Reder di annientare questa organizzazione sterminando i civili e radendo al suolo i paesi circostanti, Grizzana Morandi, Marzabotto, Monzuno e Camugnano.
Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno.
La sorella di “Lupo”, all’anagrafe Mario Musolesi, comandante della “Stella Rossa”, così descrive Vado di Monzuno dopo il passaggio dei nazisti: «Non vi era un angolo di terra che non fosse battuto di proiettili».
La violenza dell’eccidio fu disumana: alcuni bambini furono gettati vivi tra le fiamme, dei neonati in braccio alle loro mamme furono decapitati. Alla fine, 1830 furono le vittime.

Alcune fonti attribuiscono a Reder anche l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema avvenuto il 12 agosto 1944, ma l’attribuzione è controversa; Reder stesso, e due sentenze, hanno dichiarato la sua estraneità ai fatti.

Alla fine del conflitto Reder riuscì a raggiungere la Baviera, ma venne catturato dagli Americani e quindi estradato in Italia. Nell’ottobre del 1951, al termine del processo per crimini di guerra, venne giudicato colpevole e condannato all’ergastolo da scontare al Carcere Militare di Gaeta.

Ma lasciamo per un momento Reder, e parliamo di Herbert Kappler.

Nato a Stoccarda nel 1907, Kappler si arruolò nelle SS come esperto in criminologia e controspionaggio. Promosso capitano, venne inviato a Roma nel 1939, con il compito di spiare la polizia italiana e attendere alla sicurezza di Hitler.

A seguito di ulteriori promozioni, dopo l’8 settembre il potere di Kappler aumentò: fu Kappler a individuare il rifugio sul Gran Sasso dove era nascosto Mussolini pianificandone la liberazione, a catturare Galeazzo Ciano in fuga verso la Spagna, a catturare Mafalda di Savoia e spedirla nel lager di Buchenwald, a disporre il sequestro e il trasporto verso la Germania dell’intera riserva aurea dell’Italia, pari a 120 tonnellate d’oro (restituite alla fine della guerra con 25 tonnellate in meno).
Ma questo è solo il primo gradino della scala degli orrori.

Il 6 settembre 1943 Kappler convocò i più alti esponenti delle comunità ebraiche di Roma e intimò loro di consegnare entro 36 ore 50 chilogrammi d’oro, minacciando altrimenti la deportazione di duecento ebrei romani verso la Germania. L’oro fu raccolto e consegnato, ma questo non fu sufficiente.
Due settimane più tardi, infatti, la mattina del 16 ottobre 1943 vennero rastrellati nel Ghetto di Roma (e fuori dal ghetto) a sorpresa 1.259 ebrei e 1.023 di essi furono deportati al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto sedici di loro sopravvissero.

Con l’occupazione di Roma, i rastrellamenti e le violenze assunsero toni assolutamente feroci e disumani.
E’ in questo momento che, per ordine di Kappler (che, nel frattempo, aveva assunto il comando del Sicherheitsdienst di Roma, il servizio segreto delle SS), un edificio in Via Tasso venne trasformato in prigione della Gestapo, ufficialmente per interrogare e imprigionare antifascisti e partigiani catturati.
Di fatto, chi entrava in Via Tasso, non ne usciva. Vivo. Lo stesso Kappler attendeva agli ‘interrogatori’, lo stesso Kappler firmava i documenti di avvenuta esecuzione per sua stessa mano.
Roberto Rossellini, per il suo “Roma città aperta”, quando girò le scene in via Tasso ebbe a dichiarare la sua «…preoccupazione di capire qual era questa mentalità assolutamente inaccettabile sul piano umano…».

Il 23 marzo 1944 alcuni partigiani italiani uccisero in un attentato dinamitardo 33 militari tedeschi in via Rasella a Roma. Con estrema celerità e segretezza si decise (ed è tuttora controversa l’attribuzione di responsabilità della decisione) che per ogni soldato tedesco morto dovevano essere uccisi dieci italiani.
Al momento della decisione i tedeschi morti nell’attentato erano 32, per cui la lista che doveva essere approntata la sera stessa del 23 marzo doveva contenere 320 italiani. Kappler ‘scelse’ 270 nomi tra quelli catturati in via Rasella (anche civili estranei alla vicenda), quelli già imprigionati in via Tasso, ed ebrei rastrellati nelle ore precedenti, mentre altri 50 avrebbe dovuto indicarli il questore di Roma Pietro Caruso.
L’indomani mattina del 24 marzo l’elenco dei 50 non era ancora pronto, e Kappler andò su tutte le furie. A quel punto, Pietro Koch, capo della squadra speciale della polizia fascista di Roma, garantì a Kappler una lista di 50 nomi, prigionieri a Regina Coeli. E così avvenne.
Nel frattempo, all’ora di pranzo morì un altro soldato tedesco ferito in via Rasella. Così le vittime tedesche salirono a 33, e Kappler, applicando alla lettera gli ordini superiori ma di sua iniziativa e senza avvisare i piani alti, scelse altri 10 nomi tra ebrei che erano stati arrestati quella mattina stessa, portando la lista a 330 nominativi.
I condannati presenti in via Tasso vennero così condotti da Erich Priebke (il braccio destro di Kappler) e Karl Hass presso le Fosse Ardeatine, dove giunsero anche quelli da Regina Coeli. Dentro le gallerie, dalle 15:30 alle 19:00, vennero fucilati in gruppi di cinque. Lo stesso Kappler presenziò all’esecuzione.
Al termine dell’esecuzione di massa l’entrata delle cave venne fatta esplodere, a mo’ di sepolcro.
L’indomani ci si accorse che la lista dei fucilati era di 335 persone, e non di 330. Evidentemente, nella confusione generata dall’urgenza di fare presto erano state portate alle cave 5 persone in più rispetto ai 330 condannati. Kappler venne informato della cosa da Priebke, ma ovviamente non c’era più nulla da fare.
Queste circostanze e queste decisioni autonome di Kappler saranno in seguito molto rilevanti (lo vedremo).

Il 17 aprile 1944, per stroncare le forze partigiane che operavano nella periferia di Roma, Kappler diede l’ordine di rastrellare il quartiere del Quadraro e arrestare e deportare all’incirca mille uomini nei campi di concentramento in Germania e Polonia (ne sopravvissero soltanto la metà).

Alla fine del conflitto, arrestato dalle truppe inglesi e trasferito nel 1947 alle autorità italiane, durante il processo che si svolse nel 1948, Kappler sostenne ostinatamente la linea difensiva di aver eseguito degli ordini.
I giudici non poterono non dare ragione a Kappler relativamente alle 320 vittime delle Fosse Ardeatine, ma lo condannarono all’ergastolo per le altre 10 vittime, scelte in totale autonomia da Kappler in persona, e per non aver controllato il buon operato degli esecutori della strage che invece aveva portato all’errore di uccidere ulteriori 5 persone.
Inoltre, lo condannarono per estorsione aggravata relativamente ai 50 kg d’oro sottratti con la minaccia alla comunità ebraica di Roma nel 1943.

La sentenza passò in giudicato dopo l’appello (perso) del 1952 e Kappler venne inizialmente rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea e quindi trasferito a Gaeta, nell’ala ex ufficiali, dove trovò già detenuto Walter Reder.

E’ qui, al Carcere Militare di Gaeta, che il destino dei due nazisti “fine pena mai” (che non si conoscevano e prima mai si incontrarono) si incrocia. Due condannati per crimini contro l’umanità sotto lo stesso tetto.

Enzo Biagi, che intervistò Reder nel 1969 per “Sette”, il supplemento del Corriere della Sera, lo conferma.
B.: «Ho notato che col signor Kappler mantenete le distanze. C’è tra voi cordialità, ma anche molto rispetto della forma».
R.: «Ci siamo conosciuti qui dentro, e abbiamo deciso, di comune accordo, di trattarci col lei; ciò costituisce un freno, mantiene un certo distacco, così non abbiamo mai avuto discussioni. Siamo molto occupati tutti e due, mangiamo insieme quando c’è un cibo che soddisfa le diverse esigenze; spaghetti, ad esempio, perché lui soffre di fegato e io di ulcera, e seguiamo diete differenti. Guardiamo ogni sera la televisione».

Dello stabilimento di pena e della sua storia ho già parlato in un altro contributo, per cui ad esso rimando così da non ripetermi:
> https://www.facebook.com/sfizidiposta/posts/1173192219694256
> http://www.sfizidiposta.it/2020/05/04/gaeta-un-castello-no-un-carcere/

I due nazisti possedevano lo status di ‘prigionieri di guerra’, secondo quanto stabilito dalla III Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 (stilata sulla base della precedente, del 1929), e godevano del trattamento riservato agli ufficiali.
Avevano discreta libertà di movimento in quello che può essere considerato un ‘appartamento’: tre stanze austere ma confortevoli, cucina e due terrazze ‘vista mare’.
Kappler aveva in camera tanti libri, una macchina da scrivere, cancelleria di ogni genere, piante da appartamento, addirittura un acquario con pesciolini tropicali.

Potrebbe sembrare una prigione dorata, eppure il contrasto tra la propria condizione limitativa e quel che c’era lì fuori (il sole, il mare, i gabbiani, gli schiamazzi della gente al mare dal lato di Monte Orlando, i suoni e i rumori dei locali notturni dove si divertono anche i soldati della base americana) forse, paradossalmente, avrà generato un senso di maggiore costrizione rispetto a un carcere qualsiasi.

Intervistato per Tv7 nel 1967, Kappler così descrive la sua attuale condizione:
«Questo stato di cose mi ha offerto a diventare me stesso, a ridiventare me stesso, a ritrovarmi, sempre sotto l’aspetto e religioso e nel senso cosmico».
Per chi ha voglia:
https://www.raiplay.it/video/2019/12/Shoah-storie-italiane—TV7-Le-ombre-di-Gaeta-c6626fb4-3bf3-4ffc-a5bd-59d86a3d5bf0.html

Tra i diritti dei ‘prigionieri di guerra’, riservati dalla Convenzione di Ginevra del 1929 (articoli 37-40) e mantenuti dalla III Convenzione di Ginevra del 1949 (articolo 71), c’è anche quello di poter ricevere e inviare corrispondenza in franchigia postale, ovvero senza affrancare le missive.

Tuttavia, tale diritto si applica durante un conflitto bellico e nelle immediate risoluzioni finali. Certamente, non si applica in un regime detentivo che prevede addirittura l’ergastolo.
Si creò, allora, un’anomalia tutta italiana (evidenziata anche nel volume “Storia Postale – Terzo Volume – Servizio Corrispondenze Repubblica Italiana” edito dall’Unificato) per la quale sia Kappler che Reder godevano dello status di prigioniero di guerra senza, in realtà, esserlo più dal momento che la guerra era finita da un pezzo.
Tale anomalia non venne tuttavia mai risolta, e i due nazisti godettero di quello status fino alla fine. E quindi del diritto di ricevere e inviare posta senza pagarne la relativa tassa postale.

E di posta sia Kappler che Reder ne inviarono e ne ricevettero a quantità (non è infatti difficile trovare oggi nei canali dell’usato e del collezionismo tali missive, così come è capitato a me): familiari, amici, semplici corrispondenti, adulatrici (eh già, perché poi questo succede: il male e la cattiveria a volte attirano più della bontà e della rettitudine… in Germania venne creata una “Associazione amici di Herbert Kappler” che contò oltre 6500 iscritti).

Queste missive sono quelle che accompagnano questo lungo contributo: corrispondenza inviata e ricevuta da Kappler e Reder durante la loro prigionia a Gaeta.
Le buste sono prive delle lettere, per questo motivo non le mostro.
Come è possibile osservare, occorreva sempre indicare la dicitura “Posta Prigionieri di Guerra – Franco di bollo“, magari in più lingue, per accedere alla franchigia postale.
Kappler e Reder si erano organizzati anche con timbri a tampone, con carta e buste intestate, con etichette adesive per gli indirizzi.
Non mancava loro nulla. Tranne la libertà.

Tra queste missive ho rinvenuto anche una cartolina con tre firme autografe, la prima di Kappler, la seconda di Reder, mentre della terza firma non ho certezze.
Potrei supporre che sia la firma dell’attendente (un sottoufficiale siciliano condannato per insubordinazione e che scontava la pena a Gaeta) che venne assegnato alla cura dei due nazisti: lavava la loro biancheria, cucinava i loro pasti, guardava con loro la televisione.
Oppure, visto che il destinatario è Walter Carganico, in Germania, a quell’epoca vice generale delle truppe tedesche da combattimento e direttore ispettivo dei reparti carristi, magari un amico in comune a loro tre è andato a trovarli. E quei quattro puntini di sospensione sembrerebbero così meno inquietanti, a voler significare “di noi quattro manchi solo tu“.

Ad ogni modo, fu proprio grazie alla libertà di scrivere e ricevere lettere che Kappler, dopo due anni di fitta corrispondenza, conobbe Annelise Wenger. La donna lo andò spesso a trovare in carcere, si intratteneva con lui. A Gaeta alloggiava alla pensione “Civitina”. E alla fine i due decisero di convolare a nozze: il matrimonio si celebrò in carcere, con Reder testimone, il 19 aprile 1972.

Nel frattempo, Kappler chiese il permesso per potersi recare in “pellegrinaggio di penitenza al sacrario delle Ardeatine e di rimanervi il tempo necessario per rendere omaggio alle vittime” (1959), permesso che gli venne negato. Così come negate furono le richieste di grazia (1963 e 1970).
Anche Reder avanzò un appello al sindaco di Marzabotto per ottenere il perdono dalla popolazione (1964). Gli abitanti rifiutarono addirittura con un referendum (282 contrari, 4 favorevoli).

Dopo il matrimonio, Kappler, pur godendo di un regime carcerario sempre meno rigoroso, vide aggravarsi le proprie condizioni di salute (era affetto da un tumore al colon), tanto che agli inizi del 1976 venne trasferito da Gaeta all’ospedale militare del Celio, a Roma.
Da qui, la notte del 15 agosto 1977, aiutato dalla moglie (che, a quanto pare, lo nascose dentro una capiente valigia), Kappler fuggì verso la Germania e si rifugiò presso la casa della moglie a Soltau, dove ricevette visite di amici e ammiratori e rilasciò diverse interviste.
Le circostanze esatte nelle quali Kappler fuggì non furono mai chiarite. Si parlò anche di servizi segreti (diverse fonti citano tali circostanze). Sta di fatto che le richieste alla Germania di restituzione del detenuto  non sortirono alcun effetto, e Kappler morì a Luneburgo per la malattia nel febbraio del 1978.

Anche Reder non morì al carcere di Gaeta.
Il 24 gennaio 1985 il governo Craxi, indifferente alle proteste dei familiari delle vittime e a quelle delle associazioni partigiane, sulla base di una sentenza del Tribunale di Bari del 1980, ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria.
Nel gennaio 1986 al settimanale austriaco “Die ganze Woche” Reder dichiarò di non doversi giustificare di nulla e ritrattò la richiesta di perdono avanzata nel 1964 agli abitanti di Marzabotto, attribuendone l’iniziativa al suo difensore.
Morì a Vienna nel 1991.

Ognuno faccia le proprie considerazioni e tragga le proprie conclusioni.

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