MA COME STO BENE CON QUESTO CAPPELLO DI PAGLIA!

MA COME STO BENE CON QUESTO CAPPELLO DI PAGLIA!

Potrebbe essere questo il vezzo davanti a uno specchio di una dama dell’Ottocento mentre ammira il nuovo cappello di paglia appena acquistato! Difatti, il cappello di paglia di Firenze, noto anche come Leghorn (nome inglese della città di Livorno), vanta una tradizione plurisecolare.

Caratterizzato da 40 giri di trecce di 13 fili ciascuna, cucite tra loro, poteva assumere forma a fioretto (grande e rotondo col bordo largo) o a capote (a tronco di cono), a seconda della moda del momento. Originariamente, la paglia proveniva dal grano gentil rosso triticum aestivum, mentre dal XVIII secolo dal grano triticum vulgare Host.

Tipico della Toscana, e originario di Signa (Firenze), già nel 1574 i produttori di cappelli di paglia si erano organizzati in corporazione. Nel 1718 venne addirittura coltivato per la prima volta un grano (marzuolo) adatto all’intreccio e non al consumo alimentare.
Grazie a questa nuova specie, nella seconda metà del XVIII secolo la paglia intrecciata diventa una vera industria locale e dà lavoro a gran parte della popolazione di Signa, della valle dell’Arno, dell’Ombrone, del Bisenzio e della Pesa. Dalle valli di produzione, l’esportazione dei cappelli e delle trecce di paglia avveniva attraverso il Canale dei Navicelli, in cui i barcaioli (navicellai) trasportavano la merce fino al porto di Livorno.

Il pezzo che mostro oggi è legato a questa produzione artigianale. Si tratta, infatti, di una busta viaggiata nel 1917 e intestata a tal Raffaello Taddei, fabbricante di cappelli, trecce di paglia e fantasie, a Pieve a Settimo (Firenze). Il destinatario era un illustre dottore di Trento, probabilmente un cliente del Taddei.

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